Medicina e globalizzazione

La possibilità di comunicazione tra le varie culture esistenti nel mondo ha consentito, tra le altre cose, una più ampia conoscenza delle altrettante medicine a loro corrispondenti. Accade così che nei paesi ricchi si pratichi con sempre maggior successo anche l’omeopatia, l’omotossicologia, la medicina antropofisica, quella tradizionale cinese, l’ayurvedica, quella manuale, la fitoterapia, la chiropratica, l’osteopatia. Per offrire garanzia di sicurezza agli oltre nove milioni d’italiani che si rivolgono a queste medicine alternative, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici, nell’approvarle, ha preteso che fossero praticate da medici regolarmente laureati ed iscritti all’albo, proponendo la costituzione di un’agenzia che dovrebbe disciplinare le attività relative alle singole medicine, la formazione dei professionisti, la ricerca sulla loro reale validità. Un gruppo d’illustri scienziati, tra cui i Nobel Dulbecco e Levi-Montalcini che svolgono attività di ricerca di base e non pratica professionale, ha replicato, con una dichiarazione congiunta, che tali medicine si basano su presupposti ideologici, prescindendo dal metodo sperimentale proposto da Galileo ed oggi universalmente riconosciuto da tutte le società evolute; metodo che si basa, come sappiamo, sulla sperimentazione prima ed il ragionamento poi di qualsiasi fenomeno fisico. Il ministro della Sanità Sirchia dal canto suo, pur lasciando ampia libertà di scelta, ha subito precisato che lo stato rimborserà solo le spese per cure di comprovata efficacia. Intanto il 19 giugno scorso è iniziato l’esame alla commissione affari sociali della camera delle 16 proposte di legge per il riconoscimento di 10 medicine non convenzionali. La posizione di un gruppo di scienziati contro di esse, dice il relatore Lucchese, non può impedire che si faccia una legge. Si comprende facilmente la posizione del governo, se si pensa al deficit di bilancio che grava sul paese. Sono intuibili le spinte del mercato dei farmaci, convenzionali o alternativi. Meraviglia invece che poco o nulla si dica sul perché del favore che incontrano le medicine alternative. Perché, secondo noi, la globalizzazione delle informazioni c’entra, ma d’attenzione al dialogo con la persona malata. La medicina, questo va ricordato anche agli scienziati, è una professione che si serve del progresso della fisica, della chimica, della biologia, per curare il malato. Ma rimane pur sempre una professione (o un’arte?) il cui obiettivo finale è la cura che, sia detto per inciso, deve essere praticata sempre, fino a quando il malato vive, magari senza accanimento, e non soltanto quando vi è speranza di guarigione e di miglioramento. La medicina occidentale dunque deve ritrovare la perduta capacità al dialogo, importante quanto se non di più dei numerosi e talvolta esuberanti esami diagnostici, se è vero, com’è vero che la diagnosi, premessa fondamentale alla terapia, cinque volte su dieci è posta dopo un’accurata raccolta della storia che racconta il paziente. Benvenuta pertanto la medicina alternativa, se stimola il medico occidentale a riprendere la via dell’ascolto, nulla trascurando in ogni caso del progresso tecnico- scientifico che consente oggi diagnosi e terapie una volta impensabili. Non si tratta dunque di scegliere o l’una o l’altra in maniera rigida, ma di capire i casi in cui usufruirne. Il fatto che le malattie di lieve entità abbiano tratto giovamento dalle medicine alternative non può quantomeno non porci degli interrogativi.

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