Media abusati

Finalmente è finita. Non se ne poteva più di una campagna elettorale che ha fatto scempio di tante cose: la verità, le buone maniere, il rispetto reciproco, il buon gusto, per citarne alcune. Tra il resto, ciò che resta per strada, dimenticata e calpestata come un vecchio giornale, mi sembra sia la dignità dei media, usati, abusati e violentati come mai era successo. Sarà difficile smaltire in fretta la massa di veleno riversata in quantità industriale nella nostra convivenza, dai soliti noti, stirati e sorridenti, ricoperti di cerone e masticanti mentine, dagli schermi televisivi, dalle radio, dai giornali, dai periodici. Un incubo… Confesso di essere stato anch’io nell’esercito di coloro che, all’ora dei Tg, cercavano un cartone animato o una vecchia partita, e saltavano a piè pari le prime quattro pagine dei quotidiani. Ma non era un bel vedere o un riposo. Dentro cresceva una amarezza triste, come quando si litiga in casa, e quello che dovrebbe essere il luogo del vivere comune e insieme lavorare per, diventa spazio di solitudine e di rancore. Ingenuità? Può darsi. Faccio parte di un gruppo di comunicatori convinti che i media siano fatti per far vivere gli uomini insieme , e che l’interazione comunicativa sia la creazione di uno spazio comune, condiviso, della cui qualità ogni interlocutore è responsabile, all’interno del quale si manifesta la parola, la cui portata etica dice di per sé relazione, rispetto per l’altro, attenzione e cura. Questa normatività morale naturalmente insita nell’uso stesso del linguaggio, è sempre più riconosciuta e accettata da studiosi e ricercatori della comunicazione. Sogni? Preferisco il termine utopia, nel senso etimologico di luogo che non c’è. Infatti è passato un tornado violento, fatto di odio e di disprezzo, intrecciati da interessi che miravano a tutto tranne che al bene comune. E ha lasciato solo rifiuti. E persone ferite. Penso ai tanti colleghi costretti a lavorare in un clima inospitale, trattati a volte senza rispetto verso la professionalità e i valori personali. Qualche scintilla è apparsa sui giornali; il più, è ovvio, resta sommerso. E sappiamo che è tanto. Ma è spesso in queste situazioni che rinascono gli ideali. Penso davvero che sia un buon momento per i comunicatori che ci credono, per rimboccarsi le maniche e mettersi insieme. Non occorrono crociate o proclami. Basta insieme vivere e portare a norma della professione quella categoria che Lévinas chiamava l’umana responsabilità verso l’altro.

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