Mathis Grunewald, il crocifisso di Colmar

Una lettura attuale della tavola del Polittico di Inseheim, anno 1512, di Mathis Grunewald, nel museo di Unterlinden a Colmar, poco lontano da Strasburgo
Mathis Grunewald,wiki

È la più brutta e terrificante immagine nella storia dell’arte cristiana. Il Crocifisso appeso sul tronco nodoso nel buio del cielo, le mani irrigidite dallo spasimo, il corpo butterato da piaghe orrende, la bocca dalle labbra violacee schiusa nell’ultimo urlo, la testa incoronata da spine aguzze. È il verme della terra biblico.

Intorno, una Madonna svenuta sorretta da un Giovanni angosciato, la Maddalena che grida a terra, il Battista con l’agnello sgozzato che addita colui che hanno trafitto.

Immensa tavola del Polittico di Inseheim, anno 1512, di Mathis Grunewald, nel museo di Unterlinden a Colmar, poco lontano da Strasburgo. Ci son stato due volte nella cittadina, una piccola Venezia di ponti e canali e desidererei ancora una volta tornarvi.

Il motivo è semplice: rivedere il grande polittico, della  morte, del dolore e della vita.  Gli si rivolgevano nel lazzaretto dov’è collocato gli appestati, i lebbrosi, i sifilitici, cioè tutti i malati e i morenti a causa delle pestilenze che da sempre affliggono  l’umanità. E nell’Uomo sfigurato ritrovavano loro stessi, qualcuno che “capiva” il loro tormento. Perché questo dolore è Dio, questa angoscia è Dio, lui l’ha provata.

Negli anni in cui Raffaello e Michelangelo dipingono un Dio maestoso e sereno, bello di forme e di intelligenza, a questo regno dell’armonia  il mondo del Nord-Europa oppone il pathos tragico della morte del Cristo, della sconfitta di Dio e dell’uomo.

Raramente una contrapposizione è stata tanto profonda e quasi insopportabile. Si capisce che l’ansia di un Lutero non potrà che venire da una sensibilità religiosa così accentuata, da una simile immedesimazione del dolore in quello del Crocifisso, segno allora come in tanta arte del ‘900 dell’inspiegabile sofferenza umana.

Eppure, non finisce tutto qui.  Ad ante aperte la tavola mostra la dolcezza di Maria annunciata e che culla il bambino. Soprattutto fa vedere o meglio si lascia vedere lo stesso Uomo orrendo mutato nel Cristo radioso, fiammante, biondo come un sole sull’arcobaleno del mondo: risorto.

La larva umana piagata ora è il vittorioso nel cosmo. Mathis  Grunewald, il misterioso pittore di cui così poco sappiamo, lo vede sgargiante, nuova aurora del mondo. Brilla come sa brillare Dio in una delle più belle notti stellate della pittura, anzi nell’intero cosmo, come se l’artista avesse viaggiato in una astronave da dove ha contemplato le infinite nebulose dell’universo.

Vibra di speranza il polittico posto al centro del museo ma dopo che la morte ha fatto il suo corso. Gli artisti veri sanno dire il peccato, di cui è frutto la malattia, come la luce che nasce da chi la paga. C’è sempre qualcuno, in ogni tempo, che paga per la gioia e la luce di un altro.

La lezione del Maestro, lontano in apparenza nel tempo, è invece attuale anche per il nostro. A scoprire cosa la pestilenza ci voglia dire e dove il dolore, se accolto, ci possa portare.

Maestro Grunewald, come altri prima e dopo di lui, parla di morte e di vita, forti com’è il padiglione stellato intorno al Risorto e come la notte dietro alla croce. In fondo, tutto è mistero. Grunewald l’ha capito. E tutto è anche, per chi sa vedere, grazia.

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