Martin Rua, il fascino del thriller

Incontro con lo scrittore napoletano Martin Rua, autore di romanzi thriller, l'ultimo edito da Rizzoli è "Il cscciatore di tarante". Traspare dai suoi testi la volontà di «combattere l’ignoranza e avere a cuore la pace, la convivenza e la semplicità»

Martin Rua è nato a Napoli ed è un giovane scrittore di successo. Ha creato il personaggio di Lorenzo Aragona, mercante d’arte protagonista della Parthenope Trilogy tradotta in molti Paesi. Affascinato dal tema della lotta al male, indaga nei suoi libri nel mistero dell’uomo e in tutto ciò che la realtà nasconde nel suo intimo più profondo. L’ultimo suo libro, Il cacciatore di tarante (Rizzoli editore) da luglio nelle librerie, è un thriller ambientato nel 1870, con riferimenti antropologici molto precisi.

Rua

Come nasce la sua vocazione alla scrittura?

Fin da piccolo amavo scrivere. Alle elementari composi le mie prime poesiole. Nell’adolescenza sentivo in me questa esigenza della scrittura e mi avventurai in poesie più complesse. Ma la scelta è avvenuta per una sfida raccolta, quando ero studente universitario alla Luiss di Roma. Feci un esame scritto e il docente mi disse: «Lei ha sbagliato tutto perché è uscito fuori tema, però devo dirle che scrive molto bene, sarebbe un ottimo scrittore». Era il 2006. Raccolsi la sfida e scrissi il mio primo romanzo.

Ma c’era già l’amore per la lettura?

C’era ed è andato sempre crescendo nel corso degli anni grazie ad amici che mi hanno fatto appassionare sempre più alla lettura. E così il lavoro di scrittore è andato di pari passo con l’amore per la lettura. Credo che non si possa essere uno scrittore che non sia anche un forte lettore.

Quali sono gli autori che ama leggere?

Soprattutto alcuni autori che sono concentrati nel genere nel quale ho pubblicato i miei libri. Uno dei primi che mi ha preso molto è stato Dan Brown, anche se poi l’ho accantonato, scoprendo due autori che prediligo: James Rollins e Steve Berry. Fra gli italiani amo molto Camilleri, Eco, De Giovanni e altri.

Nei suoi libri c’è questa fascinazione del mistero, mistero della vita, mistero nella conoscenza. È una passione che nasce con la scrittura o viene da più lontano?

Devo dire che questo desiderio forte della conoscenza profonda della realtà è nato nell’adolescenza. Ero attirato da questi personaggi in bilico tra realtà e fantasia, personaggi ai limiti, come Dracula, che attirano tanto i giovani. Poi, questo interesse si è allargato anche dal punto di vista antropologico, e mi sono addentrato in quegli aspetti oscuri della vita, della conoscenza e dell’uomo, interessandomi anche di esoterismo e alchimia.

Aspetti questi ultimi molto presenti nella città di Napoli, dove spesso questo mondo sotterraneo ha permeato ampi strati di società, basti pensare al Principe di Sansevero.

Un mondo nel quale spesso ci si ferma in superficie. Pochi sono quegli autori che hanno dato forma d’arte a questo mondo nascosto che antropologicamente ha molto influito sul carattere e sull’humus di questa città.

Il poeta Mario Luzi diceva che per il Mistero non c’è che il Mistero. E nel mistero c’è l’oscurità ma anche la luce. Ombra e luce quindi in ogni forma d’arte, ombra e luce in tutti i suoi libri e in particolar modo in questo ultimo, Il cacciatore di tarante.

Assolutamente sì. La contrapposizione luce-ombra è sempre presente nei miei libri, negli ultimi forse ha prevalso più l’ombra, perché anche nei personaggi positivi ho cercato di indagare nel lato oscuro, e i personaggi sono diventati più complessi. Ciascuno di noi porta dentro ombra e luce, e forse sono proprio questi i personaggi più affascinanti, più combattuti, più colpiti dall’asprezza del vivere, a rendere la storia più appassionante per il lettore.

C’è una forte affermazione in questo Cacciatore di tarante: «Il male esiste e si chiama malombra. Devi distruggerlo. Solo così proverai la pace».

La storia si svolge nel Salento, e Malombra è un demone che può paragonarsi a quello che nel napoletano si chiama il “munaciello”, una sorta di spirito demoniaco… Ciascuno ha il proprio male da combattere. Malombra simboleggia il male profondo che nel personaggio principale ha origini antiche e che risale a esperienze traumatiche dell’infanzia. Dobbiamo lavorare su di noi, in una sorta di operazione catartica necessaria, per liberarci da questi mali.

Quali i mali più forti che lei avverte nella società di oggi e che danneggiano la pace sociale?

Per me uno dei mali più grandi di oggi è l’ignoranza imperante, che si allarga sempre più e viaggia a velocità altissima, creando danni incommensurabili. Penso che dovremmo tutti noi combatterlo insieme. L’ignoranza è questa tendenza a non sapere, a non riflettere sulle cose, a restare in superficie, a far prevalere l’istinto, a vivere da tonti.

Un’ignoranza tante volte anche comoda…

Certo, perché la conoscenza porta anche sofferenza. Per cui è come se il tonto avesse una marcia in più rispetto a colui che ha capito, perché chi comprende le cose soffre. L’ignorante non vuole soffrire. Penso che la diffusa ignoranza sia una delle più grandi tragedie dell’umanità del presente, accompagnata poi da un totale disinteresse per i valori che bisognerebbe far proprio per vivere in armonia.

Quali i valori che sente maggiormente vicini alla sua sensibilità?

Sicuramente la pace come valore assoluto, il saper condividere e vivere con gli altri e poi non trascurerei la semplicità. Forse proprio da questo essermi addentrato nella complessità della vita umana, scopro che le cose che ci rendono veramente felici sono le più semplici.

Sottolineando l’ignoranza, mi viene subito di collegare questo aspetto alla scuola, soprattutto a una certa scuola fredda che punta a una conoscenza puramente intellettuale. Nel ragazzo esiste anche una conoscenza emotiva, la sfera psicologica, esistono i sentimenti, i bisogni vitali. La scuola dovrebbe guardare l’uomo nel suo complesso se vuole aprirlo alla conoscenza.

La scuola non deve tendere a un élite. La scuola deve aprire varchi nella mente e nel cuore dei giovani. E la conoscenza di artisti poeti scrittori è fondamentale. Avvicinare i ragazzi alla lettura è un obiettivo difficile ma da perseguire. Molte volte li si allontana, presentando subito autori importanti ma che dovrebbero essere punto di arrivo. Bisogna evitare forzature, spesso imponiamo testi non facilmente digeribili. Non è un metodo che produce effetti positivi. Dobbiamo valorizzare la libertà di scelta nella scuola, offrire opportunità, come nella vita d’altronde.

Quindi intervenire sulla metodologia?

Penso proprio di sì. Creare situazioni nuove. Sono stato in qualche scuola per incontrare ragazzi che avevano letto un mio libro. Sono state esperienze molto positive, stimolanti, con risultati impensabili. Portare i ragazzi a scoprire il fascino della pagina stampata è l’obiettivo più arduo ma più necessario. Portarli a scoprire che dietro quello scritto c’è un cuore che pulsa, che pensa, che ama, che soffre e che vuol donarci qualcosa.

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