Màrita, una vita ad alta quota

Quel primo viaggio in America Latina, nell’ottobre 1961, fu indimenticabile per Dina (Màrita) Sartori e Lia Brunet. In volo per Buenos Aires, dal quadrimotore in fase di atterraggio, potevano ammirare la metropoli in tutta la sua ampiezza. Si guardarono sgomente per un pensiero di inadeguatezza di fronte all’immane compito che proprio a loro due era stato affidato. Confidammo l’una all’altra il comune stato d’animo e sentimmo immediata la spinta a rinnovare tra noi l’amore reciproco. Tornò la pace, e scendemmo serene, sicure. Così Lia, una delle prime compagne di Chiara, scomparsa nel 2005, in un’intervista del 2002. Sia lei che Màrita, nel riferire questo episodio, lo consideravano una tappa fondante dell’avventura dell’unità Oltreoceano. Gli inizi, anche qui, ebbero il sapore dell’imprevisto, con rischi e con sorprese. Ma si sentivano condotte per mano da Qualcuno a cui avevano lasciato la regia degli avvenimenti. Dopo il Brasile e l’Argentina, sul finire degli anni Sessanta, il movimento iniziò a diffondersi negli altri Paesi dell’America Latina. Impercettibilmente alimentato dalle più varie circostanze, quasi un piccolo fuoco che man mano prendeva vigore. Era successo, ad esempio, che la figlia dell’ambasciatore dell’Ecuador presso la Santa Sede avesse incontrato a Roma lo spirito dei Focolari, che già da allora guardava lontano, alla composizione delle fratture della famiglia umana. Lo trovò particolarmente adatto anche alla sua gente, e tornata in patria, comunicò ad amici, e conoscenti la novità di vita cristiana che aveva scoperto in Italia. Nel 1968, a Bogotà in Colombia, un cappuccino, padre Gerardo Sotelo, annunciò a Lucero Hortado, allora giovane scout, che avrebbe ricevuto tra breve una letterina dalla Spagna. A sua insaputa, il padre l’aveva messa in contatto con il focolare di Madrid. Lucero, attualmente responsabile del movimento a Medellin, fu così la prima giovane colombiana ad essersi accostata ai Focolari. Nel 1969 a Medellin, il salesiano Luis Bonilla trovò in un pacco di stampa varia un giornale, Ciudad Nueva, edito in Argentina. Riportava storie, testimonianze di gente comune, parole evangeliche applicate alle normali circostanze della vita quotidiana. Potevano sembrare fatti quasi surreali, ma lui intuì che sotto c’era una luce, dono senz’altro dello Spirito. Iniziò a servirsene nella catechesi e si accorse che quei semplici racconti avevano una forte presa sui giovani. Proprio tramite Ciudad Nueva si mise in contatto con il movimento argentino. Iniziarono i primi viaggi a partire dall’Argentina. Ma anche, successivamente, quelli da Bogotà, Quito, Lima, Città del Messico verso l’Argentina. Ripercorrendo il cammino andino battuto dagli antichi conquistador alla ricerca del mitico Eldorado, anche loro si muovevano alla conquista di un tesoro, questa volta tutto spirituale. Nel 1973 arrivò la presenza stabile del focolare in Colombia. Màrita si stabilì con quattro focolarine a Bogotà. Di quegli anni Olga Maria Rodriguez ricorda gli innumerevoli viaggi in un vastissimo territorio di dodici nazioni confinanti, dal Messico al Perù. Nel tempo, vide nascere e svilupparsi i Focolari con due cittadelle, dei centri di congressi, il complesso editoriale, le varie opere sociali: le strutture portanti insomma che rendono possibile lo sviluppo di un movimento dalla spiritualità così ricca e moderna, che allo stesso tempo si sente fortemente impegnato in ogni aspetto della vita produttiva, civile e sociale. Realizzazioni fortemente inculturate in quelle terre così travagliate da ricorrenti crisi economiche e sociali, e allo stesso tempo fedeli all’ispirazione originaria, per accogliere e formare i cittadini della città nuova. Màrita trascorse in quelle terre ventinove anni della sua operosissima vita tutta donata a Dio e ai fratelli. Si vide crescere intorno una molteplice famiglia multietnica, di varia cultura. Amò con uguale passione i popoli andini e i campesinos inurbati, proletari tra i proletari, facendo loro ritrovare la dignità di sentirsi protagonisti nella costruzione del progetto più ardito che si potesse sognare: una società frater- na. Venne accolta nelle case dei ricchi, che avevano aperto mani e cuore ai bisogni di tanti. Si mise in ascolto per far emergere da ciascuno la parte migliore. Dice una focolarina colombiana: Ammiravo in lei l’onestà intellettuale, che in ripetute occasioni le ha permesso di far grandi gli altri, sapendo cogliere in essi, con delicatezza squisita, quel dono di cui erano portatori, perché lo sapessero mettere al servizio di tutti. Una traiettoria difficile, quella dei popoli andini, che lei seppe intercettare, mettendo in luce le loro potenzialità, per poi riscattarli con grandezza d’animo dalle molte tentazioni di soluzioni sbagliate nel tempo delle dittature, della corruzione, delle molte ingiustizie. A partire dal 2001, Màrita continuò a seguire da Roma sino agli ultimi giorni della sua vita, nonostante la grave malattia, questa grande e promettente porzione del movimento, sostenendo, incoraggiando, indirizzando tutti verso mète sempre nuove. Quando, il 17 agosto scorso, passò serenamente all’altra vita, Marita era attorniata da alcune focolarine delle zone andine, che a turno l’avevano vegliata nell’aggravarsi della malattia assieme alle sorelle e ad altri. Sapendola in ospedale a Roma, le avevano mandato da tutte le parti del mondo messaggi per dirle la loro affettuosa vicinanza in quel particolare difficile momento della sua vita. Soprattutto dalla sua amatissima Colombia, il pensiero correva logicamente a lei, a Màrita, che lungo il corso degli anni e con infinita pazienza aveva percorso quelle contrade, spargendo dovunque a piene mani i germi di un Vangelo riscoperto ed incarnato profondamente nella sua vita. Dopo ore, forse giorni di viaggio con i mezzi più impensati, a cavallo o con il caratteristico bus colombiano in grado di arrampicarsi sui dossi andini e sulle strade più impervie, quante volte Màrita ebbe modo di raccontare quella piccola, semplice storia che parla di tempi di guerra in una lontana città italiana. Una storia che lei visse in prima persona. Secondogenita di cinque sorelle – papà artigiano, mamma casalinga -, Dina era nata a Rovereto, cittadina in provincia di Trento. Quando, nel ’43, iniziarono i bombardamenti, avevo 14 anni. Anche per noi – scrive – i bombardamenti diventarono quotidiani. Cercavano di distruggere la linea ferroviaria Roma- Brennero che passava a solo duecento metri da casa nostra. La vita era pura sopravvivenza. La guerra mi sembrava interminabile e sempre più assurda. Eravamo diventate talpe che vivono nascoste e cercano protezione e vita nelle viscere della terra. Terminato il conflitto, il processo di ricostruzione postbellico fece sorgere nella giovanissima Dina sentimenti di speranza purtroppo presto delusi. Mancava una coscienza cristiana comunitaria – appunterà successivamente nel ripensare a quei tempi -. Ciò che vivevo e vedevo intorno a me non mi soddisfaceva. Qualcosa di sicuro, che credevo di possedere, cominciava a sgretolarsi, e ne soffrivo. In famiglia si viveva un clima di profondo affetto e di fiducia reciproca, ma la naturale inclinazione al riserbo di chi è avvezzo ai silenzi delle Alpi, non lasciava spazio alle confidenze. Un giorno, però, si accorse che Violetta, la sorella maggiore, era particolarmente contenta. Sai – le raccontò -, è venuta a parlarci una signorina di Trento. Si chiama Silvia Lubich. È stato bellissimo…. Fu così che la storia di Dina si intrecciò saldamente e per sempre con quella di Chiara e delle sue prime compagne. Qualche anno dopo, nel 1949, entrò a far parte della comunità del focolare, preceduta di poco dalla sorella Violetta. Le avrebbe seguite nella stessa via Maria Grazia, allora ancora bambina. Quasi di soppiatto – scrive in alcune bellissime pagine della sua storia che ci ha lasciato – esco di casa con la valigia per seguire Chiara nella via di Gesù abbandonato. Il Vangelo di quel giorno parlava di un tesoro nascosto in un campo e di un uomo che, trovatolo, va e vende tutto quello che ha per comprarlo. Ci parve una conferma, si fece in focolare una piccola festa. Da allora, la vita di Dina non poté più essere disgiunta dal cammino percorso nelle sue tappe salienti del movimento sorto a Trento nel ’43. Anche il nome, Màrita (cioè Maggiore età), le venne dato a suggello di una di queste tappe: il riconoscimento ufficiale, nel ’69, del Movimento dei focolari da parte della Segreteria di Stato vaticana sotto Paolo VI. Era il riconoscimento, con ciò, della sua raggiunta maggiore età.

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