La notizia giunge all’alba: Marco Aleotti si è spento serenamente. Mi tornano in mente tanti momenti in cui, al termine di una trasmissione o di un progetto, d’improvviso ci si rilassava, e l’amicizia riprendeva il sopravvento sulla professione. Ricordo, ad esempio, il Familyfest ’93, organizzato dal Movimento Famiglie Nuove dei Focolari al Palasport di Roma, un’impresa titanica, con 6 collegamenti satellitari, tutto in analogico, con 6 redazioni nei 5 continenti, 12 presentatori, innumerevoli ospiti, RVM (cioè filmati preconfezionati) a bizzeffe, una dozzina di telecamere da gestire sul set, la Rai che ci stava ad osservare attentamente, così come gli sponsor, Piero Badaloni che presentava con le sue esigenze, circa 300 milioni di potenziali telespettatori, anche la Cina era collegata.
E Marco davanti agli schermi della regia, nel camion Rai parcheggiato nel ventre del Palasport, dirigeva tutto, occupato più che preoccupato. Marco sapeva mantenere l’aplomb, in qualsiasi situazione.
Marco Aleotti è morto la notte scorsa, a 67 anni, dopo un anno di malattia. Originario di Ciriè (Torino), sposato con Alessandra, 4 figli, tutti amatissimi, era stato regista della trasmissione Porta a Porta per 25 anni, tra il 1996 e il 2019.
Come regista, aveva seguito per la Rai, tra gli altri, gli eventi principali del Giubileo 2000, i funerali di papa Giovanni Paolo II, l’elezione di papa Benedetto XVI. Tra i suoi lavori più recenti, va ricordato il documentario “Dalla memoria al futuro. I trent’anni della Fondazione Donat-Cattin”, e il libro fotografico Sguardi dal Myanmar.
Non si può nemmeno dimenticare la grande impresa di Cristiani, un lungo documentario composto con un centinaio di interviste raccolte nel mondo intero per la Lux Vide. Appare quindi naturale che la Rai, attraverso il suo amministratore delegato, Giampaolo Rossi, e il direttore generale, Roberto Sergio, abbia espresso il «profondo cordoglio e quello dell’intera azienda per la scomparsa di Marco Aleotti», che ricordano anche come «preziosissimo punto di riferimento per Bruno Vespa e tutta la redazione».
Con Marco eravamo amici, colleghi e pure un po’ complici. Mi piace ricordare un fallimento comune, anche perché Marco aveva fatto propria la spiritualità dell’unità di Chiara Lubich, un carisma che getta una luce tagliente e chiara proprio su errori, fallimenti, problemi irrisolti, sia personali che collettivi, nell’imitazione del Cristo che grida il suo abbandono sulla croce.
Avevamo progettato, assieme ad altri, ai registi Erik Hendricks, belga, e Marc Ruse, australiano, morto dello stesso male di Marco, a Michele Afferrante e ad altri autori e giornalisti, una serie di documentari sulla “regola d’oro”, un affresco mondiale sul dialogo in particolare interreligioso e interculturale. Ancor oggi conservo tre grossi faldoni con le schede preparatorie, i resoconti degli incontri di redazione, le foto dei sopralluoghi. Non riuscimmo nell’impresa, forse avevamo puntato troppo in alto, forse il tema era troppo eccentrico rispetto al main stream per trovare i finanziamenti necessari.
Fallimento sì, anche se tanti frammenti di quel programma abortito sono finiti in altri programmi, in altre pagine, in altri contenitori. Ma l’esperienza vissuta nel preparare quel programma è stata a suo modo un capolavoro, perché è impresa quasi impossibile quella di comporre le spinte creative dei film maker, dei giornalisti, degli autori televisivi in un prodotto compiuto, armonioso, convincente. Al prodotto non ci siamo arrivati, ma a “vivere” tra noi professionisti lo spirito della “regola d’oro” ci siamo sì arrivati, e questo resta indelebile nei nostri cuori.
Ho incontrato Marco per l’ultima volta quest’estate nella sua amata Gressoney. Scrissi quella sera: «Riprendiamo il cammino, Marco riesce a fare una camminata di tre chilometri dopo alcuni giorni. È abbastanza rinfrancato, e così passiamo agli aspetti meno tecnici della malattia, al lato spirituale e di pensiero. Il mio amico sta conducendo una lotta strenua col male, ma senza nutrire sentimenti di ingiustizia e di pessimismo. Sì, la depressione è sempre in agguato, la lotta appare impari, l’esito della malattia ha statistiche assai fosche. Ma la malattia, più che un’intrusione nella sua vita bella e ricca d’impegni e di eventi, appare un accompagnamento nella terza fase della sua vita, lui usa un termine pericoloso ma denso di senso teologico: grazia. Sorella malattia, fratello cancro. Robe da non credere, sulla bocca di un uomo di mondo, che calcava le scene (o meglio dirigeva la scena da dietro le quinte) dei salotti buoni della tivù».
Ciao, Marco, ora da lassù potrai osservare la scena di questo mondo senza filtri di sorta, senza nemmeno obiettivi, nella “chiarità”, quello sguardo benevolo che tu hai sempre cercato, anche quando i tuoi superiori ti dicevano di essere più cattivo.
