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Italia > Opinioni

Marcello e Giuseppe, la tragedia

di Filippa Dolce

- Fonte: Città Nuova

La notte dell’11 marzo 2017 a Palermo Marcello Cimino viene bruciato vivo durante il sonno da Giuseppe Pecoraro. I commenti sui social troppo spesso si rivelano superficiali

Marcello era un senza tetto, aveva due figlie e una ex moglie che «gli vuole ancora bene». Marcello aveva una sorella che lui chiamava «vita mia». Lei racconta di un uomo buono che faceva tanti lavoretti per arrangiarsi, che una casa ce l’aveva ma che aveva scelto di vivere in strada.

Giuseppe faceva invece il benzinaio, e a fine turno si recava alla mensa dei poveri dove mangiava e dava una mano per la distribuzione del cibo. Anche di Giuseppe si dice che fosse «un uomo tranquillo». Giuseppe da poco aveva intrapreso una relazione con una donna che, a suo dire, era oggetto di attenzioni proprio da parte di Marcello. Per questo avrebbe deciso di ucciderlo, cospargendolo di benzina e dandogli fuoco nel suo giaciglio sotto il portico della Missione San Francesco dove dormiva.

Da quando si diffonde la notizia della morte di Marcello, sui social è un via vai di commenti. Una gara a chi trova parole più d’effetto per dare giudizi ed emettere sentenze. Si grida alla «brutalità» auspicando per il carnefice la stessa sorte della vittima. Si grida allo «scandalo» perché l’amministrazione non si occupa dei senza tetto, si grida alla «vergogna» per chi, tra i candidati per le prossime elezioni comunali, strumentalizza la morte atroce di un cittadino palermitano per fare campagna elettorale.

Si «grida». Solo 15 giorni fa i social erano invece intasati di giudizi e sentenze per la morte per eutanasia di Fabiano Antoniani (DJ Fabo), si gridava contro lo Stato che non legifera o per perorare la causa della vita ad ogni costo. E, ancora, quindici giorni prima, gli opinionisti dell’ultim’ora erano tutti concentrati sulla lettera di Michele, il ragazzo di Udine morto suicida a 30 anni: si gridava contro la società che non dà futuro o per il coraggio di andare avanti malgrado tutto.

Si «grida». Si grida da dietro una tastiera, dall’alto del proprio isolamento, perché c’è bisogno di avercela una opinione nell’abisso di fragilità che ogni morte ci mostra, quasi a volersi auto-affermare attraverso il dolore altrui. Scrivo il mio post, quindi esisto.

Silenzio, per favore.

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