Mar Charbel: un santo libanese molto speciale

Nella seconda metà di luglio si festeggia un santo libanese molto speciale, vissuto nel XIX secolo. Un uomo di Dio, monaco ed eremita, che non ha apparentemente fatto nulla di speciale. Eppure a 125 anni dalla sua morte è amato e invocato in mezzo mondo.

La terza domenica di luglio (che quest’anno cade il 16) si festeggia in Libano un santo amatissimo da cristiani di diverse confessioni ed anche da libanesi di pacifica fede musulmana. Nel calendario della Chiesa latina la festa sarebbe il 24 luglio, ma i maroniti libanesi, pur essendo puntigliosamente cattolici, seguono legittimamente un loro calendario. Il santo (mar, in arabo) è Charbel Makhluf, ovviamente.

Youssef (il nome di battesimo di mar Charbel) era nato nel 1828 nell’allora Libano ottomano (facente parte della provincia della Grande Siria) da genitori cristiani maroniti, contadini e pastori. La vocazione monastica ce l’aveva fin da piccolo, ma era rimasto orfano del padre a 3 anni e il suo tutore, lo zio Tanios, non ne voleva sapere che Youssef diventasse monaco. Finché nel 1851, a 23 anni, se ne andò semplicemente di casa senza avvertire nessuno.

Venne accolto nel monastero di Nostra Signora di Mayfouq, vicino a Byblos (Jbeil), e a novembre dello stesso anno divenne monaco dell’Ordine libanese maronita, scegliendo il nome di un martire del II secolo: Charbel, che in antico siriaco significa “storia di Dio”. Nome affascinante e fortemente mistico, che lui ha poi espresso “raccontando” quella storia (quella di Dio) con la sua vita monastica e, per più di 20 anni, eremitica.

Mar Charbel è morto ad Annaya, dove è tuttora custodito e venerato il suo corpo, nel 1898, all’età di 70 anni. In pratica non si è mai allontanato dalla sua terra, è vissuto nel nascondimento e non ha lasciato nulla di scritto. Eppure è venerato in tutto il mondo, ovunque sono arrivati dei libanesi, ma ormai non c’è continente senza chiese a lui dedicate.

Perché i libanesi di ieri e di oggi non hanno mai smesso di amare il loro mar Charbel, anzi la devozione popolare è in crescita, ed ha conquistato molti devoti anche in Europa (Italia compresa), ma soprattutto in Nord e Sud America, e anche in Australia.

La sua fama popolare di santità è legata a miracoli spesso ben documentati che si sono manifestati dopo la sua morte, fatti straordinari legati in particolare alla sua sepoltura ed a molte incredibili guarigioni. I libri sulla vita e la spiritualità di mar Charbel, e sui miracoli a lui attribuiti, quasi non si contano, e continuano ad essere pubblicati in molte lingue. Basta cliccare su un qualsiasi motore di ricerca e si trovano notizie in varie lingue, in particolare sul sito marcharbel.com.

Charbel fu beatificato il 5 dicembre 1965 da Paolo VI, alla conclusione del Concilio Vaticano II. E il 9 ottobre 1977 lo stesso Papa lo proclamò santo nella basilica di San Pietro, a Roma.

Naturalmente la figura di mar Charbel e il suo culto si prestano anche ad essere oggetto di devozionalismi, un po’ come per san Pio da Pietrelcina al quale è stato spesso accostato, nell’immaginario popolare, come il fratello libanese del frate di San Giovanni Rotondo.

Personalmente, non sono mai stato un credente devozionalista, neppure devozionale, diffidente verso i clericalismi e allergico ad esorcismi più o meno teatrali, anzi da giovane non ero neppure credente e mi è rimasto un certo stigma. Eppure ogni volta che sono stato ad Annaya, dove al monastero di mar Maroun riposa il corpo del primo santo libanese in un sontuoso sarcofago di cedro, ho avvertito un’intensa attrattiva verso lo spirito autenticamente mistico di mar Charbel. E verso la sua storia, quella storia di Dio che mar Charbel continua a raccontare nel cuore di molti, in tutto il mondo, 125 anni dopo la sua morte.

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