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Cultura > Arte e Spettacolo

Manzù e Marini gli ultimi moderni

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova


Ritratti, cavalieri, cardinali, ballerine, il repertorio comune ai due grandi eppure diverso, in mostra a Mamiano di Traversetolo presso Parma. Manzù tende a dare colore e calore alla scultura, Marini invece la assolutizza, la meccanicizza. La poesia canta le voci del cuore in Manzù, della mente in Marini

Marini-Cavallo-e-Cavaliere-1950

Perché alla Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo, presso Parma, è offerta al pubblico una eccezionale mostra di scultura e non di pittura, come solitamente accade? Il motivo è semplice: Giacomo Manzù e Marino Marini, contemporanei, sono stati fra gli italiani artisti del Novecento che nulla hanno rinnegato della tradizione figurativa della nostra storia e al tempo stesso l’hanno interpretata con autentica e originalissima poesia.

Liberi dalle mode e dagli influssi d’Oltralpe, hanno fatto della scultura quello che dal tempo degli Etruschi essa è: voce di una civiltà, di un popolo, vicina al popolo. Sono ritratti, cavalieri, cardinali, ballerine, ossia un repertorio comune ai due grandi eppure diverso.

Manzù ama le forme plastiche calde, i tocchi nel bronzo o nel marmo – e più nel calore del bronzo che nel marmo o nella terracotta – modellati con le mani, rimodellati infinite volte a definire un volto (ritratto di Giovanni XXIII), un Sedia con frutta (stupefacente natura morta, viva quanto quelle in tela dell’amico Morandi), un rilievo (Studio per la pace, con la bellissima madre che solleva in alto il bimbo, 1968), la silhouette vibrante del Passo di danza (1957), la rigidità secolare ed arcaica (etrusca…) di un Cardinale, vestito di una lamina “gotica”. Ci sono alle spalle Wiligelmo, Donatello, Michelangelo, Vincenzo Gemito…

Marino Marini si specializza nel Cavallo e cavalieri, un tema variato molte volte dove le forme sono bloccate in rigidità geometriche, tendenti all’astrazione e al simbolo. Così tanto da diventare blocchi bronzei che rimandano ad echi primitivi, di un arcaismo millenario – il Guerriero del 1956-57 – si direbbe etrusco o ancor più egiziano.

Se Manzù tende a dare colore e calore alla scultura, Marini invece la assolutizza, la meccanicizza, fino a farla diventare guglia gotica come nella Composizione del ’56 dove la stilizzazione del cavallo è acutissima tensione che spacca gli spazi. Marini tende più verso la dissoluzione della forma, lo “spaccamento” di essa come in un Picasso, ma talvolta si ferma a giocare con esso – lo spazio – in acrobatici bronzi padroni del vuoto come nel filiforme Piccolo giocoliere del ’56.

Se dietro a Manzù sta la statuaria classica, dietro a Marini c’è l’arcaicità italica e il simbolismo gotico – diremmo anche “giottesco” –, così che i due si fanno eco della storia. La poesia canta le voci del cuore in Manzù, della mente in Marini. Cioè le voci dell’uomo. Straordinaria rassegna fino all’8 dicembre (catalogo Silvana editoriale).

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