Mamme in affitto. Inquietudini e questioni aperte

Chiaro appello all’Europa di molte femministe italiane nell’affermare che “nessun essere umano può essere ridotto a mezzo”. Resta aperto il problema dei diritti del bambino quando la pratica della maternità surrogata avviene in altri Paesi e tra persone che si dichiarano libere e consenzienti
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Maternità surrogata, due termini che in tanti suscitano inquietudine di fronte ad un uso del corpo e della fertilità privi di rispetto. Perplessità che accomunano persone del mondo laico e di quello religioso, al di fuori dei soliti schieramenti, come dimostra l’adesione da parte di molte personalità della cultura e dello spettacolo all’appello contro l’utero in affitto promosso dal gruppo di femministe Se non ora quando.

 

Molti i nomi noti, da Dacia Maraini a Fabrizio Gifuni, Claudio Amendola, Francesca Neri, Ricky Tognazzi, Micaela Ramazzotti, dalle suore orsoline di Casa Rut a Caserta, ad Aurelio Mancuso, già presidente di Arcigay.

 

L’appello è chiaro nel rifiutare il concetto di maternità surrogata come atto di libertà o di amore. Chiede all’Italia di mettere al bando questa pratica (a oggi proibita nel nostro Paese) come condizione di sfruttamento delle donne. Una pratica che può avvenire in tanti modi, attraversol’inseminazione artificiale dell’ovulo della madre surrogata (che è anche madre biologica del bambino), la sola gestazione da parte di una donna di un embrione realizzato in vitro o la rinuncia di un figlio naturale alla nascita.

 

È una presa di posizione condivisibile. Certamente non si può tollerare la maternità surrogata quando frutto di sopruso, povertà e bisogno, quando nasce entro relazioni asimmetriche tra ragazze molto giovani, povere, senza diritti, fragili, labili sotto il profilo psichico e persone ricche e potenti. È chiaro che in questi casi è violata la dignità e la libertà delle donne.

 

Ma invocare la proibizione non risolve ogni contraddizione.

 

Ci sono questioni che debbono continuare a interrogarci (e a turbarci) come singoli e come collettività. Perché il desiderio di un figlio spinge molte coppie a ricorrere a soluzioni fuori dalle vie consuete. Perché non tutte le donne vivono la gravidanza con gli stessi sentimenti, come recenti casi di efferati reati in gravidanza, raccontano. Perché in nessun caso i bambini debbono pagare le mille astuzie dei grandi per metterli al mondo. Astuzie antiche com’è antico il mondo!

 

Per questo motivo Giuseppe Tesauro, presidente emerito della Corte Costituzionale, sostiene che «normare è sempre preferibile a proibire», perché vietare è facile «ma la maternità surrogata risponde a sentimenti non facili da tenere a freno, ed è proibirla che apre le porte a rivolgersi all’estero con discriminazioni di censo. Normare invece permette di controllare, di non passare dai termini giuridici a quelli affaristici: se c’è un diritto, in campo entra il sistema sanitario nazionale».

 

Un approccio che si misura con la realtà. Sempre più spesso i legislatori si troveranno a dovere riconoscere o meno la genitorialità di coppie o singoli rispetto a bambini arrivati da altri Paesi dove la maternità surrogata è permessa (il quadro europeo è molto vario e fuori dall’Europa le leggi sono spesso poco attente ai diritti del nascituro).

 

Come intervenire in questi casi e quando lo scambio avviene tra persone di Stati diversi, con tutele legislative non comparabili? In quale modo mettere al centro il bene del bambino? Quali diritti devono prevalere?

Quando la maternità surrogata avviene in relazioni amicali o parentali, tra persone libere e consenzienti che stipulano tra loro un “libero accordo”, possiamo applicare gli stessi criteri morali oppure il giudizio è più difficile?

Non ha risposte facili il giudice. Non abbiamo risposte facili neppure noi. Teniamoci strette le molte domande e il mistero di molte vite, diverse dalle nostre, altrettanto piene di dignità.

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