Nella mia esperienza familiare, andando a ritroso nel tempo, ho osservato come le carezze e la stimolazione dei 5 sensi siano fondamentali per dare a persone in condizioni precarie una qualità dignitosa di sopravvivenza.
Il mio pensiero va alla mia mamma, che per 4 anni è rimasta immobilizzata a letto per un ictus: si alimentava artificialmente e, nonostante questo suo stato, aveva la possibilità di provare ancora emozioni.
L’arredo della sua stanza era stato studiato in base alle stagioni, in modo da avere un effetto cromatico piacevole. In inverno un colore più caldo, in estate colori più luminosi, che richiamassero la luce del sole.
Naturalmente, a livello verbale non era possibile fare lunghe conversazioni per deficit di parola. È così che mi è venuta l’idea di leggerle delle favole: questi racconti semplici mantenevano vivo il suo interesse e allenata la sua fantasia. Con l’ascolto della musica, melodie per lei piacevoli, si risvegliavano emozioni assopite. Lo si capiva dal volto illuminato e dallo sguardo rivolto verso la fonte sonora.
Ciò che mi spinse ad escogitare queste soluzioni fu il desiderio di farle provare ancora delle emozioni e uno stato di benessere, per quello che era possibile e per il tempo che le rimaneva da vivere.
Nella sua stanza non mancavano i fiori e i profumi, che l’avvolgevano di armonia e bellezza, e abbracci e baci erano abbondanti.
Ora rileggo l’esperienza passata alla luce di una maggiore consapevolezza, e sono incoraggiata a condividere la mia esperienza affinché i familiari che si trovano ad assistere persone gravemente malate e si sentono impotenti di fronte alla sofferenza abbiano la possibilità di rendere più dignitosa la breve esistenza di queste persone, con qualche suggerimento. Mi è capitato con una cliente che raccontava la difficoltà di dialogo con la madre dovuta alla malattia. Soffriva molto perché non riusciva più a trovare una relazione con lei. In quel caso ho suggerito la lettura di favole o qualcosa di gradevole per la persona, guardandola spesso negli occhi.
Ho visto nella mia breve esperienza ospedaliere (diversi anni fa mi diplomai in Scienze infermieristiche) persone lasciarsi andare e arrivare alla morte perché lasciate sole dagli affetti più cari, o perché non ne avevano affatto, nonostante le cure mediche fossero eccellenti. Al contrario, persone che ricevevano attenzioni e amore recuperavano in tempi più brevi le loro energie. L’uomo è fatto per la relazione e, se questa viene a mancare, la vita non ha più senso.
Concludo con una frase che ritrovo colma di significato: «È nell’amore che si compie armonicamente la nostra essenza, è nella possibilità di amare che la persona può esprimere il suo potenziale, ciò che è scritto nei suoi geni e nei suoi cieli, un potenziale che nell’incontro di corpo, psiche e anima, uniti proprio dall’esperienza dell’amore, si esprimerà nella bellezza, unicità tipica di ciascuno»1.
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1Salvatore Ventriglia. Il Perdono: incrocio di sentieri di vita. Ferite e cicatrici dei rapporti (Ed. Youcanprint, pag. 59).
