“Mafia Capitale” non era mafia

La sentenza della Cassazione, cade il regime di carcere duro per Carminati e Buzzi. Ora l’Appello bis per il ricalcolo delle pene. Raggi: «Pagina buia, ma andiamo avanti».
L'avvocato Alessandro Diddi (s) e l'avvocato Giosuè Naso, ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

A Roma non c’era la mafia. Almeno non quella ipotizzata nell’inchiesta Mondo di Mezzo. La Corte di Cassazione ha smontato la sentenza di appello di Mafia Capitale ed escluso il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso per Massimo Carminati, Salvatore Buzzi e gli altri imputati. C’erano due associazioni a delinquere ma non la mafia. “Er cecato”, il quarto re di Roma Carminati e il ras delle cooperative rosse Salvatore Buzzi, ai vertici dei due sodalizi criminali che a Roma hanno siglato affari illeciti con politici e colletti bianchi negli appalti dell’emergenza immigrati, del verde pubblico, della raccolta rifiuti, sono due delinquenti ma non due mafiosi. E risuonano amaramente beffarde le parole dell’ex Nar Massimo Carminati quando, durante il processo, definì Mafia Capitale «quattro chiacchiere tra amici al bar». Per loro viene meno ora anche il regime di carcere duro.

Il procuratore generale aveva chiesto in udienza la conferma delle condanne in Appello per 30 dei 32 imputati. «Le caratteristiche del 416bis ci sono tutte» – aveva detto nella requisitoria il pg Giuseppe Birritteri. In secondo grado era stato, infatti, riconosciuto per 17 persone il reato di associazione mafiosa, escluso dal giudice di prima istanza. Ma quest’impianto – ricostruito dalle indagini della procura guidata all’epoca da Giuseppe Pignatone – è stato smontato dalla Suprema Corte.

La tesi dell’associazione mafiosa era stata respinta dai legali dei principali imputati nel corso delle udienze davanti alla Suprema corte. In particolare Alessandro Diddi, che difende Salvatore Buzzi, aveva affermato: «Mafia Capitale non è un processo per omicidi, ma di complesse procedure amministrative. Purtroppo fatte male. Che purtroppo si prestano ad abusi, ma che con la mafia non ha nulla a che fare».

Ha definito “il malcostume di questo Paese” quella che secondo i pm è mafia. Per Diddi gli illeciti di cui si discute in giudizio sono «un fenomeno talmente comune che pervade tutti. Se non è mafia da altre parti non lo è nemmeno in questo caso».

Si chiude così una storia lunga quasi cinque anni. Era il 2 dicembre 2014. Roma si svegliò sotto un dispiegarsi di sirene che annunciava l’operazione che avrebbe portato all’arresto di 37 persone, tra cui Salvatore Buzzi, il ‘ras’ delle cooperative, e Massimo Carminati, ex terrorista dei Nar. Proprio dalle parole, raccolte nel corso di un’intercettazione, di quest’ultimo nacque il nome dell’inchiesta condotta dalla procura di Roma: Mondo di Mezzo. «Ci sono i vivi sopra e i morti sotto e noi in mezzo, un mondo in cui tutti si incontrano», diceva parlando a telefono con il suo interlocutore.

Che non si trattasse di un’indagine qualunque era evidente ma non per il numero degli arrestati, né di quello degli indagati, che erano centinaia. La peculiarità era nei reati contestati: non solo corruzione, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio, ma associazione per delinquere di stampo mafioso. La tesi dei pm era che non solo a Roma ci fosse la mafia, ma che fosse autoctona – Mafia capitale, per l’appunto – e che speculasse sui migranti, sui campi nomadi, sulla manutenzione della città, sui rifiuti. «Con questa operazione abbiamo risposto alla domanda se la mafia è a Roma – disse Pignatone – Oggi abbiamo individuato quella che abbiamo chiamato ‘Mafia Capitale’, romana e originale, senza legami con altre organizzazioni meridionali, di cui però usa il metodo mafioso».

A febbraio del 2017 furono archiviate le posizioni di 113 persone sui quali era stata posta la lente del pm. «Le indagini sin qui portate avanti non hanno consentito di individuare elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio», scrisse il gip Flavia Costantini. Per loro Mafia Capitale finì lì. Pochi mesi dopo, il 20 luglio, si concluse il processo di primo grado: 41 condanne, 5 assoluzioni. Ma cadde il 416 bis, e venne esclusa anche l’aggravante del metodo mafioso. Per il giudice a Roma operavano due associazioni criminali semplici.

La svolta era arrivata più di un anno dopo. L′11 settembre 2018, la sentenza di secondo grado, pur riducendo le pene, ha dato credito alle tesi dei pm: quella costituita dagli imputati, hanno stabilito i giudici di Appello, era un’associazione mafiosa. Ma quell’impianto da oggi non esiste più. Con l’annullamento della sentenza di appello la Cassazione ha disposto il rinvio presso altra sezione della Corte di Appello di Roma per la rideterminazione delle pene inflitte agli imputati.

Il presidente della Commissione parlamentare Antimafia Nicola Morra, è molto titubante: «Le sentenze si rispettano. Ma le perplessità, i dubbi, le ambiguità permangono tutte. Secondo la Cassazione Buzzi e Carminati nella capitale non avevano costituito un consorzio di stampo mafioso che, mediante l’intimidazione solo paventata e la leva della corruzione, aveva in pugno tanti uffici dell’amministrazione comunale capitolina, ottenendo appalti ed affidamenti in maniera del tutto illecita, eppure i dubbi restano intatti».

La sindaca Virginia Raggi, dichiara: «Questa sentenza conferma comunque il sodalizio criminale. È stata scritta una pagina molto buia della storia della nostra città. Ai nostri concittadini dico: “Andiamo avanti a testa alta”».

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