Maestro Paolo ponte fra oriente e occidente

Anessuno forse verrebbe in mente, scorrendo le tavole di crocifissi madonne e santi di maestro Paolo e compagni nel castello dei Malatesta, il nome di Giambattista Tiepolo. Che c’entra la sua eterna primavera con queste figure allineate, tutte uguali, messe in trono, fra bagliori d’oro e di oltremarino? Eppure, l’incantesimo tiepolesco è un tramonto, su fili seducenti, di un giorno durato quattrocento anni l’arte veneziana -: ma la sua aurora si chiama “magister Paulus de Veneciis”. lui che lega Bisanzio e Venezia, oriente e occidente, nell’unico ideale di una Bellezza eterna, filtrata con l’occhio “moderno” del calore umano. In un’armonia di colore e di luce da cui anche oggi non sappiamo staccare. Grande epoca il Trecento. Giotto scopre l’uomo fra Padova Rimini Assisi e Napoli. A Siena, Duccio, Simone e i Lorenzetti ne esaltano il valore eterno dentro i ricami del gotico. Ma è Venezia – ponte economico e culturale fra Europa ed oriente – nel suo golfo” (così chiama orgogliosamente l’Adriatico) proporre una koiné originale, in cui le differenze politiche e religiose fra le due sponde ( e le due civiltà) vengono oltrepassate dal linguaggio più universale dell’arte. Certo, i modi astratti e involuti della religiosità bizantina dominano ancora mercato occidentale come pure la produzione d’arte nei Balcani e inVenezia stessa, negli ori della “cappella ducale”, cioè la basilica di San Marco. Ma quando “magister Paulus” si mette all’opera, dopo le prime suggestioni giottesche, diventando con la sua attrezzatissima bottega un vero “marchio di fabbrica” intorno agli anni Quaranta, la rivoluzione “soft” è inevitabile. Come pure la sua invasione di ogni centro costiero e no dell’Adriatico. Eccolo, Paolo nella Madonna col bambino di Padova, del 1340: all’apparenza, irraggiungibile come una regina bizantina. Ma il colore, che forza: il blu del manto dai risvolti damascati, il rosa della veste e delle guance. E poi, la temperatura sentimentale: il bambino con la rosa in mano, tocca con sguardo affettuoso il manto della madre: come non pensare che questa è l’alba delle Madonne di Giovanni Bellini?E come non ricordare, nel senso di tenero abbandono, certi ritratti del Veronese, come la Dama in blu (Louvre) che porta delicatamente la mano al seno? L’Altarolo portatile di Parma, con la Crocifissione al centro e i santi ai lati, rievoca mosaici marciani o costantinopolitani: ma il “di più” che Paolo vi immette è palpito di vita, emozioni vere, la tristezza di Maria, la disperazione di Giovanni: fede vissuta, non solo contemplata. Con quel colore caldo, anche dell’oro sullo sfondo, che poi nel ‘400 diventerà paesaggio, natura, interiorità. Perché in Paolo il colore trionfa ovunque, insieme al sentimento. La Madonna col bambino e santi della cattedrale di Pirano in Dalmazia esalta i rossi i gialli i blu; ma ha tratti pudichi e sorridenti, che in questo paradiso dell’immagine, trasmettono la gioia dolce dell’invocazione, senza diaframmi, fra terra e cielo. Paolo infatti fonde, con genialità unica, il “respiro alto” del misticismo orientale con il senso concreto dell’occidente. La luce gioca da protagonista: è essa a muovere forme, cromia, sentimenti. Nel capolavoro assoluto che è la Pala feriale di san Marco (purtroppo non in mostra), compiuta sul 1345, c’è la gioia del narrare per spazi dilatati, come in Giotto, ma senza la sua plasticità. Non ci importa oggi se, ad esempio, nel Miracolo del santo in mare, la natura s’incurva come le vele della nave, innaturalmente: perché il sentimento patetico che si incrina sbigottito davanti al miracolo è questi davvero importante, prende tutto il creato. Simbolo e concretezza così si uniscono in modo originale: del resto, non sarà anch’egli “innaturale”, con i suoi lividi gonfiori, il Tintoretto, nello stesso episodio, duecent’anni dopo? Siamo di fronte ad un’arte che impregna di colore la parabola: un modo di far poesia squisitamente nuovo, e veneto: racchiuso nell’essenzialità “primitiva” di Paolo. Nelle ultime opere, il maestro si affida sempre più alla bottega, al nipote Lorenzo. L’atmosfera del gotico internazionale è alle porte, con la sua aria di fiaba che “laicizzerà” il sacro, in Jacobello, Giambono, Gentile e Pisanello. Verso queste sponde si dirige la bottega di Paolo. Ma non è il suo mondo. La sua è infatti ancora una preghiera esaltata dalla fantasia, un paradiso per l’anima prima che per gli occhi. Poi, quest’anima si muove, crea, in una parola: vive. Emana da queste tavole – non solo di Paolo ma di chi l’ha preceduto, accompagnato e seguito – infatti il senso di culture differenti che tendono ad unirsi: di una civiltà insomma. Dove l’arte è veicolo per quella bellezza in cui ciascuno crede. Una “patria celeste”, certamente; ma, grazie a Paolo, con tutto il calore della vita umana.

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