Maestri perché testimoni

Tra il 26 ottobre e il 6 novembre, abbiamo assistito alla partenza a raffica per il viaggio ultimo, quello senza ritorno, di quattro noti compagni di viaggio, quello terrestre, che nei decenni hanno lasciato una traccia profonda nella storia dell’Italia che si dimena in cerca di sé stessa. Per primo ci ha lasciati Pietro Scoppola, classe 1926, storico, cattolico democratico della prima ora. A ruota don Oreste Benzi, classe 1925, profeta della solidarietà a tutta prova. Quindi è stato il turno di Nils Liedholm, classe 1922, già calciatore e allenatore, campione di sportività. La sequenza è stata chiusa da Enzo Biagi, classe 1920, tra gli ultimi cavalli di razza del giornalismo nostrano. Nel breve lasso di dieci giorni abbiamo assistito a un’unanimità – assai insolita per i mala tempora mediatici che corrono – nel giudizio positivo su tali personaggi, nonostante qualche distinguo: sul fatto, ad esempio, che don Benzi soccorreva sì le prostitute ma non esitava a incatenarsi per protestare contro la strage degli innocenti dell’aborto; sul giudizio per taluni troppo positivo che Scoppola dava dell’esordiente Pd; sulla passione per il vino di Liedholm; sull’esistenza o meno di un editto bulgaro nei confronti di Biagi… Quisquilie e pinzillacchere, avrebbe detto Totò, se è vero – il che è tutto dire -, che persino la Repubblica ha intonato un peana al pretino di Rimini e il Giornale ha esaltato la professionalità dell’ideatore de Il fatto. Perché? Ci interessa capirlo per sperare che, in un Paese attraversato da vuoti di coscienza e da eccessi di egoismo, l’esempio dei quattro possa perpetuarsi. E, se possibile, riprodursi. L’unanimità del giudizio positivo poggia, anzitutto, sulla loro ineccepibile condotta morale: nessuno di loro ha mai dovuto smentire ambigue avventure sentimentali, somme guadagnate in modo oscuro o interessi privati in atti d’ufficio. Nessuno di loro ha mai occupato le pagine delle riviste di gossip perché, come scriveva il filosofo Jankélévitch, l’uomo etico non conosce giorno senza morale. Tutti e quattro, poi, sapevano sì stare con disinvoltura davanti a un microfono e possedevano una loro indiscutibile aura mediatica, ma lo facevano con misura, con distacco, senza mai alzare la voce se non per difendere la giustizia e la verità, argomentando con una lucidità insieme razionale ed evangelica. Non per difendere i propri interessi. Erano uomini pubblici – pur in campi così diversi come la solidarietà e lo sport, il giornalismo e l’università – che possedevano un alto senso della partecipazione alla vita civile, della necessità di concorrere al bene comune secondo i propri talenti. Per questo hanno sempre pensato agli ultimi loro propri – la prostituta sfruttata, il calciatore infortunato, il praticante senza lavoro, lo studente in difficoltà -, come fosse la cosa più normale da farsi, non l’eccezione. Soprattutto – e questa è ragione che mi sembra superi tutte le altre – hanno vissuto quel che dicevano. Sulla loro pelle. Se Paolo VI sosteneva quarant’anni fa che non c’era più bisogno di maestri ma di testimoni, si può dire però che don Benzi, Scoppola, Biagi e Liedholm maestri lo sono diventati, perché erano dei veri testimoni. Non credo ai loro sermoni perché non vivono quello che predicano , cantava Saadi il sufi. Non è stato il loro caso. Certamente la loro fede, pur così varia, ha sostanziato e sostenuto tale testimonianza. Ma la rettitudine morale ha sempre anche radici storiche e culturali, radici per loro comuni essendo tutti e quattro nati negli anni Venti: viene da chiedersi, cioè, se sarebbero stati quello che sono stati qualora non avessero vissuto i drammi della guerra e la spinta della ricostruzione, costretti tra l’altro a una gavetta non da poco. Diceva la Rochefoucauld: Niente è più contagioso dell’esempio. Viene voglia di crederlo e di sperarlo perché costatiamo che c’è un’Italia che non attacca la polizia fuori dagli stadi, non sbatte il mostro in prima pagina senza prove, non flirta pericolosamente con xenofobia e razzismo e che nell’agone politico non grida.

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