Maestra Silvia

Benito Cont, giornalista trentino, appassionato di letteratura e di pittura, di teatro e di cinema, naturalmente della sua regione: Esempio di ottimismo cristiano, lo definisce il quotidiano Trentino. A suo tempo era stato allievo di Chiara Lubich. Se n’è andato in silenzio, portandosi dietro la sua gioiosa vivacità. Un collega che seguiva attentamente Città nuova, e che non aveva mai dimenticato gli anni dell’Istituto Serafico dove una maestria insolita e decisa aveva saputo conquistarne la fiducia. Riportiamo un breve ricordo di quel periodo, redatto dallo stesso Cont, ed intitolato: Quando era la maestra Silvia. E ra una bella giornata di fine maggio del 1943, il sole entrava nell’aula dalle due finestre aperte sul cortile e i sei ragazzi, che si stavano preparando all’esame di ammissione alla II avviamento commerciale, erano chini sui fogli del tema di italiano. Uno di essi, sottovoce, mi stava proponendo qualcosa, non ricordo esattamente cosa fosse… e continuava… Infastidito esplosi a voce piuttosto alta con una parolaccia. La parolaccia volgare rimbombò, quasi, nella piccola, assolata e silenziosa aula. L’insegnante (allora si chiamava ancora Silvia, la maestra Silvia) stretta nella tunica nera luccicante, immersa nella lettura di un libro, alzò la testa e senza alzare la voce: Cont!, chiamò. Di solito ci chiamava per nome: Benito, Nereo, Germano… Il cognome era riservato per certe occasioni e questa era una di quelle! Mi avvicinai, ed il cuore picchiava picchiava, mi rimbombava sin nelle orecchie. Si spostò leggermente di fianco alla cattedra, alta sulla predella. Mi sorrise (ed io mi stupii non poco), le gote paffutelle, gli occhi tranquilli. Dolcemente, quasi sottovoce, mi disse: Benito era passata al nome! , c’era proprio bisogno di dire quella brutta parola? Lo sai almeno cosa significa?. Avvampai tutto: il sangue era salito di colpo alla faccia. Gli altri cinque ragazzi, chini sui fogli sbirciavano la scena, sogguardando da sotto in su. Farfugliai qualcosa, in completa confusione. Mi attendevo una sfuriata, vedevo aprirsi la porticina dello sgabuzzino della segatura, giù, nello scantinato: punizione estrema per gli scavezzacollo. Con voce tranquilla la maestra Silvia mi disse: Vedi, Benito, primo: non devi rispondere a Nereo così aspramente. Poi che bisogno c’è di usare parole così brutte che sporcano la bocca e intristiscono il cuore? Va’, finisci il tuo tema e, mi raccomando, non scrivere piccolo piccolo, come fai sempre. Devo dire la verità, lo scampato pericolo di un internamento nello sgabuzzino della segatura non mi permise, allora, di soffermarmi troppo sulla sostanza delle sue parole, sull’indubbia carità del suo intervento, sull’amore che aveva esercitato verso di me. Avrebbe dimostrato, non molto tempo dopo, di quanto amore era pieno il suo cuore.

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