Una macedonia di parole dadaiste dentro una farmacia

Cristopher Marthaler in Das Weinen (Das Wähnen), traduzione Il pianto (il pensiero), un accumulo di frasi, discorsi, detti, parole contemporaneamente concrete e astratte che, ripetute, acquistano una certa musicalità, ma uno spettacolo non certo tra i più riusciti
Das Weinen
Ph. Gina Folly

Si potrebbe chiamare in causa Samuel Beckett per trovare un minimo di senso al non sense di quello che vediamo in scena nello spettacolo di Cristopher Marthaler Das Weinen (Das Wähnen), traduzione Il pianto (il pensiero). Ma di ben altri significati, intenzioni e sostanza è pregna la scrittura del drammaturgo del “teatro dell’assurdo”, rispetto a quella del poeta svizzero Dieter Roth (artista interdisciplinare conosciuto soprattutto per la sua arte figurativa, installazioni, film, dipinti realizzati con muffe e opere con cibi come le sculture di cioccolato, i disegni di spezie, i tavoli di rovine, e per i libri d’artista) ai cui testi si rifà il connazionale Marthaler in questo spettacolo non certo, a nostro avviso, dei più riusciti. Basta comunque il suo nome a smuovere il pubblico più variegato e colto che arriva da tutte le parti com’è accaduto all’Arena del Sole di Bologna dove lo spettacolo, prodotto dal Schauspielhaus di Zurigo con ERT / Teatro Nazionale e altri partner europei, ha debuttato.

Di Marthaler conosciamo alcune delle sue magistrali regie in cui, intrecciando costruzione testuale e drammaturgia musicale in un continuo di corto circuiti mentali, ha la capacità di cambiare il nostro sguardo sulle cose per profondità e leggerezza, suscitando risate amarissime. Il suo modo di lavorare sui testi è “leggere, ascoltare e far risuonare il testo negli spazi. Oppure lasciare perdere e sostituire con la musica” dichiarava in un’intervista.  Come sempre nei suoi lavori dalla caustica poetica l’inizio è lento e rarefatto, e dove sembra non succedere nulla. Così è anche nella luminosa scenografia iperrealistica di una farmacia in cui è ambientata Das Weinen (Das Wähnen). Qui, minuziosamente allestita con numerosi scaffali zeppi di scatole di medicinali disposti in maniera ordinata sotto delle scritte che catalogano la singola materia – occhi, stomaco, respiro, nervi, intestino, ecc. –, 5 infermiere di diversa età, più un cliente, animano quel luogo con una serie di sketch privi di una storia, di un tema o di azioni logiche, che possano legare narrativamente le numerose sequenze.

Das Weinen
Ph Gina Folly

Certo, si sorride qua e là per una battuta, per un improvviso spiazzamento, o ironico siparietto, o ripetizione di frasi e allusioni. Ma non basta a definire l’allegra commedia caricandola di contenuto. C’è, per esempio, la donna più anziana appassionata di musica che più volte, quando le altre non sono presenti, mette un disco di vinile sul giradischi, ascolta l’inizio della musica e, premurosamente, la toglie appena entra una delle colleghe; c’è una macchinetta dell’acqua che si muove autonomamente fino a uscire dalla stanza impedendo così di riempire il bicchiere della donna che si era avvicinata. C’è un pianista che compare su un monitor appeso su una parete, e un video, all’inizio dello spettacolo, che mostra il pedicure sui piedi infetti da funghi.

Das Weinen
Ph Gina Folly

Inizialmente indaffarate a sistemare e catalogare i medicinali, le infermiere si muovono ticchettando le penne che hanno in mano; si puliscono insistentemente gli occhiali; leggono le controindicazioni del bugiardino di alcuni medicinali, elencando i pericoli in cui si può incappare, avvertendo che ogni effetto collaterale provoca un nuovo effetto collaterale. Quando entra il cliente – simile a un omino magrittiano –, vestito con un completo a scacchiera, dopo essersi pesato e rimasto immobile per lungo tempo, a un certo punto viene preso e trasportato fuori come se fosse un rigido manichino. Lo stesso personaggio nel finale riapparirà con una lunga tunica bianca e dei sandali ai piedi, portando sulle spalle l’insegna luminosa a croce della farmacia, cadendo e trascinandosi come fosse una via Crucis, mentre le donne saranno impegnate a svuotare gli scaffali buttando a terra tutti i medicinali. Tornando alle loro altre strambe mansioni, a più riprese canteranno all’unisono: prima delle canzoncine, poi intonando la Lacrimosa del Requiem di Mozart; ma soprattutto, tra gesti, ritmi e silenzi, parlano, chiacchierano, dialogano in tedesco (traduzione coi sottotitoli) con espressività per dare spessore a frasi scombinate, disarticolate. Scompongono il linguaggio e la realtà in una macedonia di parole dadaiste: un accumulo di frasi, discorsi, detti, parole contemporaneamente concrete e astratte che, ripetute, acquistano una certa musicalità. «Nulla – affermò in un’intervista l’autore Dieter Roth – è importante quanto scrivere… o per meglio dire… ruminare. Formare frasi». Ma nulla ci lasciano le sue parole, e nessuna riflessione la messinscena di questo teatro senza senso sulla transitorietà.

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