L’urlo impotente

Alla compagnia di Pippo Delbono, con alcuni interpreti segnati dalla diversità fisica e psicologica, si sono aggiunti, per il nuovo spettacolo Urlo, Giovanna Marini, con le sue melodie popolari, e Umberto Orsini, attore della grande tradizione. La sola sua presenza austera, quasi estranea al contesto apocalittico, basta a riscattare uno spettacolo con molti momenti emozionanti, ma eccessivo sul piano visivo (per accumulo di sequenze secondo un metodo da passerella, tra Fellini e Pina Bausch). Nello spazio da baraccopoli, con personaggi grotteschi che alludono a varie forme di potere, privato e sociale, la voce pacata di Orsini che scandisce, seduto, versi dal Riccardo II di Shakespeare e dalla Ballata dal carcere di Reading di Oscar Wilde, trasmette brividi.Attorno sono quadri di nevrosi e di strazi, di incubi e rumori assordanti, dove ciascuno può riconoscere orizzonti attuali o inconsci; il bisogno, forse, di urlare la propria impotenza. O piuttosto il bisogno d’attenzione. Come nel finale, con Orsini che prende per mano il sordomuto e microcefalo Bobò, giocano a pallone, e siedono a parlare. Incapace, quest’ultimo, di rispondere se non con un disarticolato suono gutturale – che s’ode a intervalli per tutto lo spettacolo – che sa di vagito, di rantolo, di smarrimento.

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