L’unico bene

Non di rado, nel lavorare, nello scrivere, nel parlare, durante il riposo o in quant’altro facciamo, può infilarsi qualche attaccamento anche lieve a noi stessi, a cose, a persone… E questo è un grosso guaio per la vita spirituale. Dice san Giovanni della Croce: “Che importa che l’uccello sia legato a un filo o a una corda! Per quanto sottile sia il filo, l’uccello resterà legato come alla corda, finché non riuscirà a strapparlo per volare. Lo stesso vale – continua – per l’anima legata a qualche cosa: nonostante tutte le sue virtù non perverrà mai alla libertà dell’unione con Dio”. È necessario, perciò, in quelle circostanze, intervenire immediatamente, e niente aiuta di più che ridichiarare a Gesù che sulla croce ha vissuto il distacco più radicale sino a gridare l’abbandono del Padre: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene” (cfr. Sal 15,2). È una preghiera che ci aiuta a non impolverarci con le cose terrene. E vivendola si resta impressionati di come quell’aggettivo “unico” dia una solenne sterzata alla nostra vita spirituale, come ci raddrizzi immediatamente, e sia sicuro ago della bussola del nostro cammino verso Dio. Questo modo d’agire, poi, è molto conforme alla nostra spiritualità, in cui prevale l’aspetto positivo: si vive il bene e così se ne va il male. Non siamo tanto chiamati, infatti, a staccarci da qualcosa – noi stessi, le cose, le persone -, ma a riempirci di qualcosa: l’amore a lui nostro tutto. A noi non piacciono tanto i no, ma i sì. E questa preghiera è un modo meraviglioso per vivere da veri cristiani che amano Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e non a metà. È una maniera sublime, ancora, per prepararci ad ogni incontro con lui nelle sue ispirazioni quotidiane; così come al grande incontro con lui quando, all’alba dell’eterno giorno, nel nostro cuore non varrà che l’amore a Dio e, per lui, ai fratelli.

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