L’unica medicina di Kristian

Si sentiva normale solo con quel padre che faceva ridere col pianto nel cuore.
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Ancora oggi, quando penso a Helmut – una conoscenza che risale a sessant’anni fa –, mi viene da ridere, ma anche da piangere per la sua vita travagliata.

Bastava che aprisse bocca per suscitare ilarità. Era un comico nato, sebbene non si fosse mai sognato di sfruttare quella sua dote. Bastava osservarne la mimica del volto, la goffa andatura, il modo di mangiare, di muovere le mani, per essere presi da un’irrefrenabile voglia di ridere. I primi a subirne l’effetto erano la moglie e i due figli, pur avendoci fatta l’abitudine.

Eppure Helmut aveva un grande dolore: Kristian, il figlioletto tredicenne, soffriva per una grave malformazione cardiaca. Il ragazzo aveva le dita delle mani a bacchette di tamburo, il naso accentuato e sempre rosso e diventava paonazzo al minimo sforzo.

Un giorno, girovagando per le vie di Bolzano, incontrai il mio amico Helmut che, appena mi vide, ebbe un’esplosione di gioia, come se stesse cercando proprio me. Mi prese per mano e mi trascinò in chiesa, senza spiegarmene il motivo. Nella penombra, notai Kristian: spaurito e triste, se ne stava rannicchiato su una panca insieme ad altri ragazzi. Helmut mi convinse a fare da padrino per la cresima del figlioletto e di lì a poco mi ritrovai con altri padrini, con una mano sulla spalla del mio figlioccio, mentre il vescovo iniziava la cerimonia.

Da quel giorno entrai nella vita di Kristian, nella sua sofferenza, nella sua fatica per svolgere le operazioni più semplici a casa come a scuola. La vicinanza del padre, il suo affetto senza limiti, erano l’unica, vera medicina. Con lui, Kristian si sentiva normale.

Helmut aveva un negozietto di chincaglierie e faceva lui stesso le consegne a domicilio. Lo si vedeva girare per la città con una scopa in mano o rotoli di carta igienica e un secchio appesi al manubrio della bicicletta.

In estate, la domenica, andavamo tutti al lago, a girare per ore su una barca presa in affitto. Per Kristian erano le ore più belle. Ci fermavamo poi a mangiare sul prato circostante, gustando momenti di serenità.

 

Passarono alcuni anni senza che vi fossero novità. Accompagnai Kristian e la madre Irene in un ospedale di Innsbruck e poi ad Essen, nella Ruhr, in un centro di Krupp per le malattie cardiache, ma le risposte erano sempre deludenti.

Quell’anno vi fu tanta neve e Kristian si ammalò di un’interminabile influenza. Non poteva essere curato con le normali medicine, per cui passò l’inverno a letto fino alla primavera. Ricominciò ad uscire alla fine di aprile quando la campagna era tornata a risplendere di verde e di colori.

Andavamo a volte a vedere i pescatori lungo l’Adige o a prendere il sole sulle sponde erbose, ad un pelo dall’acqua gorgogliante.

I medici consigliavano di far riprendere al ragazzo una graduale normalità. Un giorno, mentre eravamo a sonnecchiare al sole, sentimmo un gran fracasso di ciottoli mossi: si trattava di cinque caprioli che, dopo aver attraversato il fiume, s’inerpicarono su una parete rocciosa per scomparire nel bosco soprastante.

Helmut dedicava tanto tempo alla famiglia e specialmente al figlio per il quale inventava sempre nuove situazioni e racconti fantasiosi. Anche Traudel, sorella di Kristian, dedicava molto tempo al fratello.

Siccome il ragazzo doveva camminare in strade in pendio per ridurre la fatica, il padre aveva trovato un luogo dal quale si scendeva verso una strada sottostante: cento metri da percorrere a piedi tra gli alberelli di un rigoglioso frutteto.

Helmut, dopo aver lasciato il figlio, si faceva trovare con la macchina ad attenderlo in basso per ricondurlo di nuovo in alto a ripetere l’esercizio. Una, due, tre volte e poi di corsa a casa con un appetito ritrovato e un mazzo di fiori per la mamma che era rimasta a preparare il pranzo. Da alcune settimane Kristian faceva quegli esercizi, a volte arrivando affaticato e con la fronte imperlata di sudore.

Ma un giorno l’attesa del padre, con la macchina già in moto si protrasse più del solito. Kristian non si vedeva spuntare tra gli alberi. Allarmato, Helmut si avviò di corsa incontro al figlio, che trovò accasciato sotto un albero, ormai senza vita.

Sentii squillare il telefono in ufficio: era Helmut che, piangendo, mi comunicava quella brutta notizia. Mai provai tanto dolore e tanto affetto per un amico, come per lui.

La croce aveva un ruolo importante nella vita di Helmut, seppure nascosto agli occhi del mondo. Lui era conosciuto in città come una santa persona. Non si limitava a portare la spesa a domicilio, ma, se c’era un rubinetto da riparare o una tenda da appendere, non si tirava indietro. Molti lo attendevano anche per avere consigli sui problemi di famiglia o dei figli. Insieme con la moglie aveva risolto discordie fra coniugi già sul punto di separarsi. La loro era una testimonianza viva sotto gli occhi di tutti.

Non molti anni dopo, l’uomo che faceva ridere col pianto nel cuore raggiungeva il suo piccolo Kristian.

 

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