L’ultimo viaggio di Dante

Dante Alighieri. Nel Polesine, sulle tracce del poeta. La quercia salvatrice e l’abbazia ospitale
Quercia di Dante , Gustave-Dorè

Quanta storia è passata da San Basilio (frazione di Ariano nel Polesine, Rovigo), nella parte veneta del Delta del Po! E quale bellezza riposante di campi coltivati, di frutteti e pioppeti, di acque silenti! La borgata prende nome da un antico oratorio sostituito nel IX secolo, ad opera dei benedettini di Pomposa, da una chiesetta dedicata anch’essa al santo orientale di Cesarea. L’edificio, dalla semplice ma suggestiva architettura romanica, è da considerarsi fra i più antichi luoghi di culto cristiano del Polesine.  Qui, immancabilmente, il visitatore viene informato sui presunti poteri taumaturgici di una colonnina presso l’abside, trasudante secoli fa una sostanza oleosa in grado di conferire il latte alle puerpere, nonché sul sarcofago nel sagrato, che una leggenda popolare vuole abbia conservato le ossa dei paladini di Francia (forse un ricordo della guerra dei franchi di Pipino contro i veneziani nel IX secolo).

Borgata e chiesetta subentrarono ad una stazione di posta d’epoca romana lungo un’importante via consolare, la Popilia, che congiungeva Rimini ad Aquileia: una posizione strategica per il controllo dei traffici sia fluviali che marittimi. Oggi un piccolo ma interessante museo presso il Centro Turistico Culturale di San Basilio racconta la storia di questo sito, un tempo occupato dal mare, attraverso il fenomeno delle dune fossili dell’originaria linea di costa, i reperti archeologici relativi ad un fiorente insediamento commerciale frequentato fin dal VI secolo a.C. da etruschi, greci e veneti, e le testimonianze della sua progressiva romanizzazione nel II secolo a. C.

Ma San Basilio non è solo questo. Secondo una radicata tradizione, ai primi di settembre del 1321 vi fece sosta Dante Alighieri di ritorno da un’ambasceria a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta, signore di Ravenna, la città che l’aveva accolto esule ed ora ne custodisce le spoglie. Senonché alla ripresa del viaggio il poeta si smarrì nell’intrico di vegetazione e acquitrini del Delta: riuscì ad orientarsi e a ritrovare «la diritta via» solo arrampicandosi sopra una quercia che si ergeva sull’argine del Po di Goro, proprio nei pressi di San Basilio.

Se le cose andarono così, la «selva oscura» del poema dantesco, allegoria dell’uomo sviato dal peccato, fu esperienza reale di Dante. Che tornato a Ravenna febbricitante per la malaria contratta nell’attraversare quella zona malsana, morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Aveva circa 56 anni e aveva fatto appena in tempo a terminare la Divina Commedia.

Sopravvissuta a disboscamenti, guerre e bonifiche, la “Quercia di Dante”, citata anche in un atto notarile del 1548, ai nostri tempi aveva raggiunto proporzioni colossali, superando i 26 metri d’altezza, con un tronco che poteva essere abbracciato da dieci bambini e sei adulti. Purtroppo, già gravemente danneggiata da un fulmine nel 1976, si schiantò al suolo il 25 giugno del 2013 dopo un violento temporale. Lo scorso marzo però, per dare continuità alla storia di questo albero plurisecolare e perpetuare il ricordo del passaggio del poeta, un virgulto nato dalle sue radici veniva messo a dimora nell’area già da esso occupata, primo di altri esemplari piantati in seguito presso l’area archeologica, onde creare un futuro “bosco di Dante”.

Lo stesso piccolo museo di San Basilio si è arricchito di una “reliquia” del tronco originario, come pure dei materiali della mostra dantesca di Palazzo Roncale a Rovigo, che fino allo scorso febbraio ha messo in parallelo le celebri incisioni di Gustave Doré con le opere di giovani artisti contemporanei, antiche edizioni della Divina Commedia e la storia dell’albero monumentale, i terrificanti paesaggi dei gironi infernali e la bellezza bucolica del Delta padano.

E Pomposa, che Dante visitò più volte viaggiando tra Verona e Ravenna? Non poteva mancare, nel contesto delle celebrazioni per il VII anniversario della sua morte, un contributo di questa abbazia del VII-IX secolo così meritoria per la conservazione e la diffusione della cultura durante il Medioevo grazie ai suoi monaci amanuensi. E L’ultimo viaggio di Dante, in via di conclusione il 26 settembre, è stato un nutrito calendario di conferenze dantesche, letture della Commedia, animazioni teatrali e visite guidate al complesso abbaziale e al suo museo, messo a punto dal Comune di Codigoro, del cui territorio Pomposa fa parte.

Dedicata a Santa Maria, l’abbazia è ricordata nel XXI canto del Paradiso, dove Dante incontra san Pier Damiani, il monaco camaldolese che per tre anni soggiornò «ne la casa di Nostra Donna in sul lito adriano». Qui, suggestionato dalle immagini simboliche degli affreschi e dei mosaici pavimentali, il poeta ne venne forse ispirato per le sue della Commedia. E quando, nel V Canto del Purgatorio, fa dire a Virgilio: «…vien dietro a me, e lascia dir le genti,/ sta come torre ferma, che non crolla/già mai la cima per soffiar di venti», forse si riferisce proprio alla sua torre campanaria alta ben 48 metri.

Infine, un pizzico di mistero: secondo una tenace tradizione, Dante avrebbe lasciato in custodia ai monaci di Pomposa una copia manoscritta degli ultimi 13 canti del Paradiso, copia scomparsa e poi recuperata in maniera fortunosa un anno dopo la morte del padre dal figlio Jacopo Alighieri, pure lui poeta. Non a caso, forse, lo scriptorium  di quei monaci fu una delle prime copisterie a produrre trascrizioni della Commedia.

 

 

 

 

 

 

 

 

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