L’ultimo saluto da Timor est

Diario di un ritorno nel Sud Est asiatico. Pietro Raimondi, milanese, sacerdote e insegnante presso i centri professionali delle suore salesiane, per alcune settimane ci ha inviato una foto simbolo, con un suo racconto.
Timor est: in fila in attesa dei dollari

Eccoli in paziente attesa di ore, ad aspettare agli sportelli della Western Union i dollari inviati qui da un parente o un amico che magari lavora sotto casa nostra, più facilmente in Malesia, Singapore o Filippine. Altri fortunati vanno per 6-8 mesi a raccogliere arance o a potare i mandorli in Australia.

Qualche giovane studente ottiene la possibilità di lavorare all’estero per un anno, come mi raccontavano due fidanzati l’altra sera. Ero convinto che fossero andati a studiare agraria in Israele, ma erano nel deserto insieme a indiani e nepalesi a raccogliere angurie e meloni. Mi dicevano che faceva molto caldo…

timor-estVi lascio anche questa foto. Sono io sulla cima più alta di Timor, il Ramelau. Mi hanno messo lì, con la bandiera in mano, uno di loro, orgogliosi di avermi con loro. Una bandiera costata la vita a metà popolazione.

timor-estE chiudo con questo screen. Avevo scritto in quale giorno sarei partito e questa è stata la risposta. È ciò che mi dicono tutti qui: don’t go (non andare). La gioia però non è che mi dicano di restare. La gioia più grande è che qualcuno finalmente mi chiami maun, termine che si usa per chiamare il fratello maggiore. Sta scritto: «Voi non fatevi chiamare padre o guida o maestro, perché siete tutti fratelli». E se anche uno solo di questi piccoli avesse imparato a chiamarmi semplicemente maun, io sarei certo di non aver camminato invano con loro su questa terra rovente e polverosa, bella come il primo giorno della creazione, difficile e instabile come ogni vita di povero.

Da Dili, Timor Est, 4 settembre 2019

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