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Cultura > Arte e Spettacolo

L’ultimo Canova, solo luce

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova


A Milano, alle Gallerie d’Italia, sono esposti fino al 6 gennaio i modelli in gesso delle metope per il pronao del tempio di Possagno, nel Trevigiano, mai realizzate a causa della morte dell'artista

Modelli in gesso delle metope per il tempio di Possagno

Più passano gli anni e più l’opera di Antonio Canova appare nella sua straordinaria verità poetica. Altro che il neoclassico freddo e frigido, come dicevano anche critici importanti come Roberto Longhi. Per averne un’idea, ancora  una volta, basta osservare le metope del tempio di Possagno, il paese nel Trevigiano dove l’artista è nato ed è sepolto, eseguite in gesso,  depositate all’Accademia veneziana ed esposte a Milano, alle Gallerie d’Italia, fino al  6 gennaio (catalogo Intesa San Paolo).

L’amore per la classicità non è fatto di citazione ricalcata, nemmeno di emulazione. È una visione della vita e della storia. Canova non imita, rivisita, poi segue la sua via che è sempre più, man mano che si avvicina verso la fine, luce.

La metopa della Creazione di Adamo vede Dio dal volto simile all’uomo che gli corre incontro, prende vita e nello stesso  tempo ancora sta con gli occhi chiusi. I gesti sono essenziali come in una pittura di Giotto, ma che teatro di emozioni, quale capacità di sintesi di sentimenti ed essenzialità di gesti per un lavoro che sa di apparizione, bianco su bianco. Caino che uccide Abele è ridotto a due soli gesti: il braccio alzato dell’uno contro il gesto supplichevole dell’altro. Il candore abbacinante del gesso dà all’opera il carattere di un visione drammatica ma dentro un clima visionario, come se ci si trovasse dentro un dipinto di Blake (che Canova conosceva bene). Si direbbe che più il bianco è bianco e più il dramma, nella sua concisione, è esasperato, tremendo.

Anche nell’Annunciazione i ricordi di tanta arte sacra – Angelico, Lorenzo Monaco, Simone Martini… – vengono fusi in due figure che sono come una danza che si è appena fermata, stringendo il movimento precedente in una posa ferma, statuaria, di una eleganza musicale. Si comprende quanto un poeta come Foscolo non potesse che ammirare la “grazia” dell’arte  canoviana. Basti guardare il gesto flessuoso delle due donne nella Visitazione e se ne avrà una ulteriore conferma.

Non riuscì a scolpirle, Canova, le metope per il tempio che aveva voluto costruire lungo le pendici del massiccio del Grappa, aperto come un ventaglio di pietra sulle colline e la piana trevigiana, apparizione bianca, quasi divina, quasi anima di un paesaggio dolcissimo.

È la dolcezza della luce di Canova, delicata visione. Non ha la luce dei Greci, fisica: morbida e forte al contempo. È altra cosa. Non per nulla il tempio che assomiglia al Pantheon nella struttura circolare con il frontone che richiama il Partenone non è né l’uno né l’altro: è l’armonia di Canova che ha voluto fare della sua scultura un inno luminoso disteso nel tempo, dove la passione è stemperata sulle forme e diventa man mano solo anima. E questa è infatti anche la sua religione, di una semplicità altissima, quella delle metope, la quale ci raggiunge e ci fa bene, togliendo ogni agitazione e immergendoci in una atmosfera superiore dove la bellezza porta la pace.

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