L’ultima Trasfigurazione

La bellezza, via alla verità, perché vita, e a Dio. Il capolavoro di luce di Raffaello

Non era ancora del tutto finito, il 6 aprile 1520, quando Raffaello se ne andava da questo mondo fra il compianto universale. Gli amici posero la grande tavola al suo capezzale, e iniziò la leggenda: papa Leone X, suo ammiratore entusiasta, sarebbe venuto a confortare il morente.

Certo, il dolore fu enorme per un genio nel fiore degli anni, amato – e invidiato – per lo stile di vita cortigiano e la straordinaria genialità di creatore sempre nuovo. Come nella Trasfigurazione, dipinta per il cardinale Giulio de’Medici, cugino del papa, che furbescamente lo mise in competizione con il veneziano Sebastiano, amico di Michelangelo affidandogli la Resurrezione di Lazzaro per la cattedrale di Narbonne.

La tensione fra i due geni esplodeva. Il risultato? La tavola di Sebastiano finì davvero a Narbonne e poi a Londra (National Gallery); quella del Sanzio, troppo bella per il cardinale, nella chiesa di san Pietro in Montorio sul Gianicolo, poi rubata da Napoleone, portata in Francia e grazie al Canova rientrata a Roma, ai Musei Vaticani dove si trova.

In questi giorni che precedono la festa cristiana della Trasfigurazione di Cristo, resa universale nel ‘400 da papa Callisto III Borgia, osservarla da vicino diventa un luogo di contemplazione: la bellezza è via alla verità perchè è vita, a Dio in definitiva, come finalmente si inizia a comprendere.

Raffaello unifica due episodi dei vangeli sinottici: in alto, Cristo viene trasfigurato, in basso sotto il Tabor i discepoli non riescono a guarire un ragazzo epilettico. In alto, l’epifania del paradiso luminoso, in basso la cecità della mancanza di fede.

Il Cristo è di una bellezza così sublime che è diventata l’iconografia più imitata nei secoli: modello ideale di perfezione, avvolto di candore, le braccia aperte nella preghiera e allusive alla crocifissione, lo sguardo rapito nella contemplazione delle nube bianca in cui è il Padre, mentre il vento dello Spirito agita le vesti di Mosè ed Elia fluttuanti nello spazio. È la Trinità che svela sé stessa come luce, forza, movimento.

Sotto la massa scura del monte, i colori sono aspri, dissonanti, il chiaroscuro marcato, le espressioni drammatiche: è il teatro dell’umanità che ha perduto la fede autentica, lontana dalla luce vaporosa e calda del Messia. L’uomo si agita, incapace di rispondere al dolore e alla morte.

Il miracolo di Raffaello è di aver unificato due momenti distinti in una sola narrazione, di aver dato contemporaneità alla fede vissuta e rivelata e alla sua ricerca drammatica, alla sofferenza umana e alla gloria divina che l’attende.

Capolavoro di luce, è in essa l’equilibrio sottilissimo e il punto d’incontro dei due episodi. Perciò lo sguardo prima si deve soffermare sulla girandola di luci aguzze dei discepoli agitati e poi salire alla vetta dell’estasi, che è la risposta all’umanità in ricerca. Due espressioni diverse nell’unica luce: l’affanno e la pace, che è Cristo.

Di più, Raffaello non poteva fare.

 

 

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