L’ultima carta

Guardare al passato, scegliendolo in un momento davvero terribile, così da ricredersi sul presente e tornare con ottimismo a scommettere sul futuro.
Francesco Crispi
Quando lo sconforto ci assale, prima che ogni speranza si spenga definitivamente, si può ancora giocare un’ultima carta, quella di guardare al passato, scegliendolo in un momento davvero terribile, così da ricredersi sul presente e tornare con ottimismo a scommettere sul futuro.

 

Per esempio, si provi a volgere lo sguardo alla faticosa impresa polico-parlamentare agli inizi del Regno d’Italia. Lasciamo la parola ai commentatori dell’epoca: «Bisognerebbe vedere il pandemonio di Montecitorio quando si avvicina il momento di una solenne votazione. Gli agenti del ministero corrono per le sale e per i corridoi, onde accaparrare voti. Sussidi, decorazioni, canali, ponti, strade, tutto si promette e talora un atto di giustizia, lungamente negato, è il prezzo del voto parlamentare». Così si espresse Francesco Crispi (futuro presidente del Consiglio dei ministri) nel 1886, durante un discorso politico. Criticava impietosamente il trasformismo, cioè quella insana pratica politica per cui si può cambiare il proprio voto a piacimento, mettendolo a disposizione del miglior offerente. Trasformismo: un «brutto vocabolo di più brutta cosa», disse il poeta Giosué Carducci, attaccando Agostino Depretis, colui che da premier inaugurò quella stagione infausta, il quale – continua Carducci – «circondando di stolte paure la monarchia e d’artifizi aleatori la Camera, infeudò a sé il potere».

 

Alcuni storici benevoli ricordano i meriti di Depretis: abolì la tassa sulle granaglie, ampliò il suffragio elettorale, completò la rete ferroviaria, occupò Massaua in Eritrea, inaugurando la politica coloniale italiana. Altri si soffermano sul fatto che era un volpone, un improvvisatore, che recitava a memoria i ruoli più convenienti, quando c’era bisogno di accaparrare consenso fra gli elettori o fra i parlamentari. Disse il noto giornalista di allora Ferdinando Petruccelli: «È nato per crear dissensi, scompigliare partiti, gualcire caratteri». Vilfredo Pareto, economista e sociologo, disse del suo regime che fu «la dittatura più assoluta che sia possibile in uno Stato a regime parlamentare». E il filosofo e patriota Silvio Spaventa, per difenderlo, lo paragonò a una latrina che resta pulita, «sebbene ogni immondezza vi passi».

Sì, ringraziamo Iddio che non viviamo tempi così duri. Con serenità si può guardare al futuro, perché commenti come quelli al governo Depretis oggi non avrebbero motivo di esprimersi. Giochiamoci l’ultima carta.

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