Lula in Cina: l’arte dell’equilibrio

Commercio, multilateralismo e pace sono le coordinate del viaggio di quattro giorni del presidente brasiliano Luis Inácio da Silva in Cina. Il paese asiatico è da anni il primo partner commerciale del Brasile. Lula cerca di recuperare il protagonismo internazionale del suo paese dopo 4 anni di isolazionismo bolsonarista
Lula da Silva e Xi Jinping (Ken Ishii/Pool Photo via AP)

«Il Brasile è tornato»: il presidente Luiz Inácio “Lula” da Silva lo ripete in ogni occasione e in ogni viaggio nel quale si imbarca per riallacciare rapporti interrotti dal suo predecessore, Jair Bolsonaro, di stampo trumpiano-isolazionista. Lo ha espresso in un modo o nell’altro anche nei numerosi viaggi e incontri strategici che ha realizzato in questi primi 4 mesi della sua nuova presidenza: in Argentina, in Uruguay, negli Usa, con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, col presidente francese Emmanuel Macron.

Non poteva mancare la Cina, di gran lunga e sin dal 2009 il primo mercato per i prodotti brasiliani, nonchè il primo investitore ed esportatore in Brasile.

I due Paesi sono mutuamente interessati a rafforzare i rapporti reciproci per ragioni economiche ma anche di geopolitica. Il Brasile ha tradizionalmente adottato una visione multipolare del mondo, mantiene rapporti buoni ma non incondizionati con gli Stati Uniti, e anche con Russia e Iran. In passato, proprio con Lula alla guida del Paese, il Brasile si era proposto nel ruolo di protagonista in ambiti quali la riforma delle Nazioni Unite («Se l’Onu funzionasse diversamente, forse non ci sarebbe la guerra tra Russia e Ucraina», ebbe a dire Lula a Montevideo), la partecipazione in missioni di pace e la mediazione in situazioni di tensione tra vari Paesi, oltre a promuovere gli accordi nucleari con l’Iran (Jcpoa) e il polo dei Paesi emergenti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Il 13 aprile a Shanghai, Lula ha partecipato all’insediamento di Dilma Rousseff, che gli era succeduta nel 2011 alla presidenza brasiliana, alla guida della Nuova Banca di Sviluppo (Ndb Brics) promossa dai Paesi Brics.

L’intensa agenda di viaggi dei primi due mandati come presidente del gigante sudamericano avevano portato Lula a promuovere un Brasile produttivo e recettore di investimenti in un’ottantina di Paesi. Erano anni di boom economico, e le esportazioni di commodities e di petrolio inondavano nuovi mercati. Dopo la crisi finanziaria, il Covid-19 e la guerra in Ucraina, la musica è cambiata.

Ad ogni modo, i rapporti col dragone asiatico non hanno smesso di crescere. Al ritmo del 17,6% annuo di export verso la Cina e del 18,5% di import. L’attività commerciale raggiunge oggi i 150.400 milioni di dollari, con un surplus di 29.000 milioni che fa pendere la bilancia dal lato brasiliano. Viaggiano da San Paolo a Pechino minerali, soia e greggio. Lo fanno in direzione inversa semiconduttori, parti di macchinari e telefonini.

In questi giorni si sono firmati una quindicina di accordi bilaterali, che riguardano il commercio, gli scambi di crediti di carbonio, la fornitura e la cooperazione tecnologica, oltre all’intelligenza artificiale.

Nel settore del digitale il Brasile dovrà esercitare un difficile equilibrio tra Cina e Stati Uniti, poiché l’intesa commerciale con Washington, siglata dopo l’incontro con Biden in febbraio, include limiti agli scambi con le aziende cinesi, un campo nel quale le due superpotenze si giocano una bella fetta del predominio economico. Biden vuole ridurre la dipendenza tecnologica dalla Cina in quanto a microchip e telefonia, così come lo intende fare, insieme a Messico e Canada, per il settore dei veicoli elettrici.

L’equidistanza del Brasile verso Usa e Cina si misura anche nel settore monetario. Come ha fatto con l’Argentina, Lula ha stabilito meccanismi di pagamento bilaterale nelle rispettive monete nazionali – il real e lo yuan – anziché in dollari.

E il rilancio della banca Brics va indubbiamente nella stessa direzione, che è quella di proporre un’alternativa al sistema del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che tanta dipendenza ha creato e tanto male ha fatto allo sviluppo di varie economie emergenti.

Sul fronte della sostenibilità si gioca un’avvincente e complessa partita: il Brasile è un colosso industriale che cerca faticosamente di ridurre il suo enorme impatto ambientale, ma è anche uno dei “granai del mondo” che produce a spese dell’Amazzonia un ampliamento della frontiera agricola e dell’allevamento.

La sfida è enorme. Dal ritorno di Lula al palazzo di Planalto a Brasilia si è drasticamente ridotta la deforestazione, ma non è facile mantenere i livelli di produzione necessari a mantenere gli scambi con il gigante asiatico senza toccare il polmone sudamericano del mondo.

Per questo una strategia messa in campo è quella dei crediti di carbonio e di tecnologie verdi: le aziende contaminanti pagano i danni ambientali recati con le emissioni di CO2 attraverso compensazioni investibili in aree naturali a rischio. Secondo dichiarazioni della ministro dell’Ambiente Marina Silva, si progetta anche un fondo per il recupero di boschi e per la produzione di idrogeno verde.

Parlando di investimenti, Lula si è detto entusiasta dei capitali cinesi, che sono «meravigliosamente benvenuti» purché siano «non per comprare le nostre aziende, ma per costruire cose nuove, di cui abbiamo bisogno».

Il consigliere brasiliano agli Esteri, Celso Amorim ha recentemente spiegato alla stampa che il Brasile non può concedersi il lusso di prendere partito nelle crescenti tensioni tra Cina e Usa. Giovedì scorso Lula ha visitato in Cina un centro di ricerca e sviluppo della Huawei, azienda bandita dal governo Trump. Amorim ha affermato che il Brasile non vede il mondo diviso tra Cina e Stati Uniti e non adotterà l’ideologia di nessuna delle due superpotenze.

Sul posizionamento del Brasile nel conflitto in Ucraina, Lula si unisce all’invito che Emmanuel Macron ha rivolto a Xi Jimping affichè assuma un ruolo più deciso nella risoluzione del conflitto. Il presidente brasiliano si candida come mediatore e propone di coinvolgere altri Paesi (uno di essi è probabilmente l’India). Se l’idea ventilata da Lula di un compromesso che implichi la cessione definitiva alla Russia della Crimea ha irritato Zelenski, è anche vero che Celso Amorim è stato ricevuto ed ha dialogato con Putin. Se a Mosca c’è uno spiraglio, benchè esile, per sedersi ad un tavolo è aperto verso la Cina e il Brasile.

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