Luci e ombre dell’Italia

«Ero giovane, e mi hai dato lavoro», «ero anziana sola e mi hai visitato». Vengono alla mente e al cuore nuove opere di misericordia leggendo e studiando il bel Rapporto annuale Istat 2017: la condizione del Paese

«Ero giovane, e mi hai dato lavoro», «ero anziana sola e mi hai visitato». Vengono alla mente e al cuore nuove opere di misericordia leggendo e studiando il bel Rapporto annuale Istat 2017: la condizione del Paese. La disoccupazione giovanile, la solitudine e la vulnerabilità economica delle donne anziane, e poi il lavoro nel Sud e nelle Isole, il bassissimo tasso di natalità sono le grandi ferite del nostro Paese. Tra il «2008 e il 2017 la popolazione italiana residente di età compresa tra i 18 e i 34 anni è diminuita di 1,1 milioni» (p. 97), e se non avessimo avuto circa 400 mila giovani arrivati dall’estero, la perdita di giovani avrebbe superato il milione e mezzo. Un dato che dovrebbe lasciarci senza parole, perché se un Paese perde oltre un milione di giovani in 10 anni, questo Paese è in profonda crisi umana e morale, sintomo e causa di molte altre crisi. Soprattutto se lo leggiamo insieme ad altri due numeri: l’1,3 figli per donna, che ci pone agli ultimi posti assoluti nel mondo, e il 14,1% di bambini 1-14 anni. Se è vero, come diceva il monaco camaldolese ed economista Giammaria Ortes nel 1770, che «la ricchezza di un popolo è la sua gente», ancora più vero è che la ricchezza di un popolo sono i suoi giovani, i suoi ragazzi e ragazze, i suoi bambini. In puero spes, aveva voluto scrivere l’imprenditore Alessandro Rossi in cima al suo grande asilo di Schio del 1872.

La povertà delle anziane sole e quella dei giovani disoccupati sono state giustamente messe insieme dal rapporto, perché sono due gruppi sociali molto diversi ma accumunati dalle stesse gravi vulnerabilità: oltre il 50% di disoccupati e donne anziane sole sono a rischio di povertà e di esclusione sociale, e oltre il 20% in condizioni di grave deprivazione. Sono loro i nuovi scarti, giovani che non riescono a fiorire, e le “esodate delle cura”, donne che hanno speso la loro giovinezza per far fiorire figli, mariti e genitori, e che ora si ritrovano sole, anche perché in un mondo troppo cambiato i figli non possono restituire loro la cura che hanno ricevuto in abbondanza.

Ma anche in questo bel rapporto ci sono dei punti deboli e problematici, che vanno evidenziati per migliorarlo. Il primo è di carattere generale, e riguarda la povertà.

Da qualche decennio, grazie al lavoro di Amartya Sen e di molti altri studiosi, sappiamo che il reddito non è il migliore indicatore di povertà, perché le povertà sono carenze di capitali delle persone, che poi determinano carenze di flussi di reddito. Si è poveri perché non si hanno capacità (capabilities), capitali sanitari, educativi, relazionali, famigliari, sociali, una carenza di capitali che non consente di generare reddito. Di questo non si parla nel rapporto, nonostante l’Istat abbia lanciato il Bes (Benessere equo e sostenibile) che cerca proprio di misurare questi capitali.

Una persona che vive con 1000 euro in una città con molti “capitali pubblici”, cioè trasporti pubblici buoni ed economici, trasporti efficienti, asili, buona sanità, fa una esperienza di povertà molto diversa da un’altra che vive in una città dove questi beni pubblici non ci sono o sono minori. La nostra ricchezza è data dalla somma di beni privati e di beni pubblici.

Molto bella, poi, è l’immagine del condominio usata nel Rapporto: l’Italia è equiparata a un condominio di una nostra città dove vivono famiglie appartenenti ai 9 gruppi del Rapporto. Nei condomini, però, la qualità della vita delle famiglie dipende certamente dai redditi famigliari, ma anche, e a volte soprattutto, dalle relazioni sociali tra le persone abitanti nell’edificio. I beni relazionali, il capitale sociale e civile, però, non sono presenti nel Rapporto, mentre sarebbe bene che ci fossero. Tutti sappiamo che il Pil non basta per misurare il benessere, e l’Istat deve aiutare a dirlo a tutti.

Infine, nel Rapporto si parla di tempo libero e di gioco, ma non si specifica quale gioco: il gioco d’azzardo non è distinto dal buon gioco, e quindi non si capisce se quei giochi producano benessere o malessere, soprattutto tra gli anziani (p. 131). Perché, come ricordava Melchiorre Gioja nel suo trattato Filosofia della statistica del 1829, la statistica deve misurare «la ricchezza e la povertà, la scienza e l’ignoranza, la felicità e l’infelicità dei popoli».

 

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