Luci e ombre sugli eredi dei Maya

Le rivoluzioni messicane, i problemi di oggi, i rapporti Chiesa società. Parla lo storico Sabino Quijano Avelino.
Arte
Quest’anno il Messico celebra un doppio centenario rivoluzionario. Nel 1810 era iniziata la rivoluzione che in poco più di un decennio avrebbe reso il Paese indipendente dalla dominazione spagnola. Esattamente un secolo dopo è esplosa invece la revolución messicana per eccellenza, la più nota e popolare, da cui sarebbe nato il Messico moderno, con tutti i suoi squilibri e contraddizioni.

 

Un processo lungo e cruento (quasi un milione di morti), che ha visto prima il rovesciamento del regime autoritario di Porfirio Diaz e, subito dopo, l’irresistibile ascesa dei sanguigni personaggi che hanno saputo conquistare il loro posto nella leggenda, non solo agli occhi dei messicani.

Due nomi per tutti, Pancho Villa (Hollywood sta girando l’ennesimo film sulla sua vita, con Johnny Depp come protagonista) ed Emiliano Zapata, entrambi peones senza domani, assurti a capi guerriglieri e leader politici carismatici di masse diseredate in cerca di dignità e riscatto.

 

La rivoluzione messicana si è prolungata per decenni, fra violenze e reazioni controrivoluzionarie, favorita a volte dagli Stati Uniti interessati a difendere i propri interessi economici nel Paese centroamericano: un adagio locale lamenta che il Messico sia troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti! Ma le conquiste, incontestabili e irreversibili – Costituzione democratica, dissoluzione del latifondo, ridistribuzione delle terre, libertà civili, assetto federale dello Stato –, hanno iscritto il Messico fra gli Stati democratici, moderni, pluralisti e con un certo sviluppo e benessere economico-sociale. Pur con tutti i problemi che affliggono il mondo latinoamericano.

 

I punti deboli della cultura rivoluzionaria messicana sono forse soprattutto due: la ricorrente tentazione della violenza – in Messico il ’68 ha visto brutali repressioni e parecchi morti – e il laicismo-anticlericalismo “ufficiale”, che contrasta con la diffusa religiosità e la forte identità cristiana del popolo. I Lampi sul Messico, insomma, per dirla col famoso film di Eisenstein (1933), riflettono luci e ombre sugli eredi dei maya e degli aztechi. Il centenario è l’occasione buona per discuterne. Lo facciamo con uno storico della Chiesa, il professor Sabino Quijano Avelino, religioso agostiniano di Vera Cruz, profondo conoscitore dell’evoluzione storica dei rapporti fra Chiesa e società messicana.

 

Prof. Quijano, come intende il Messico celebrare il centenario?

«Il governo interviene più che altro a livello culturale, ma in concreto, nella società, le celebrazioni non oltrepassano il carattere di festa, non si riflette sul senso del fatto che si ricorda».

 

Com’è oggi il rapporto fra Stato e Chiesa?

«I princìpi della rivoluzione del ’17 erano apertamente anticlericali. Con la presidenza di Cardenas, fra il ’34 e il ’40, la Chiesa non interferiva con lo Stato né viceversa. Poi nel 1992 le relazioni si sono ristabilite. Ma certe situazioni spinose rimangono, dovute a opinioni diverse sullo sviluppo della vita sociale».

 

Il ’68 degli studenti messicani è stato violento e drammatico…

«Molti di quelli che ricordano la strage di Tlatelolco – il 3 ottobre ’68, a Mexico City – appartengono ai ceti medio-bassi e non hanno un vero desiderio di ricordare quei giovani e i loro ideali. Vogliono manifestare anarchia davanti al governo e alle istituzioni».

 

Come si vive in Messico?

«Stabilità di governo e occupazione ci sono, anche se la situazione non è ottima. L’emigrazione verso gli Usa è diventata più una moda che una reale necessità. Per quanto riguarda lo stile di vita, la società messicana conserva le classi sociali alta, media e bassa. La maggioranza appartiene a quest’ultima, ma quasi tutti hanno il necessario per la vita quotidiana. Il problema più urgente è la lotta al narcotraffico, con le relative conseguenze come la violenza, anche se è localizzata in alcune zone del Paese. Ma in Messico si può viaggiare senza pericolo».

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