La tragedia di Luca e la droga che uccide

Ammazzato a Roma un personal trainer di 24 anni: sembrava uno scippo finito male, ma dopo le prime indagini gli investigatori seguono la pista della droga, anche se l'autopsia ha escluso che il giovane ne facesse uso. Il capo della polizia Gabrielli denuncia la sottovalutazione del pericolo rappresentato dalle sostanze stupefacenti

Le macchie di sangue sono ancora ben visibili sul selciato. Non è bastata la pioggia a lavarle via, ai piedi del marciapiede che separa la carreggiata dal giardino della scuola di via Mommsen, nel VII municipio di Roma, a due passi dal parco della Caffarella e poco distante dal commissariato di polizia. Lì dove ora ardono i lumini e profumano i fiori portati da amici e parenti, mercoledì sera è morto Luca Sacchi, personal trainer di 24 anni. A colpirlo a morte con un colpo di pistola, due giovani di San Basilio, alla perfieria degradata di Roma, poco distante dalla sede della nostra redazione.

fiori-sul-luogo-dellomicidio-di-luca-sacchi-a-roma-foto-di-sara-fornaroQuello che sembrava un tentativo di scippo finito male ai danni della fidanzata di Luca, sembrerebbe invece l’esito drammatico di una vendita di sostanze stupefacenti, anche se i familiari smentiscono categoricamente e, dall’autopsia, è emerso che il giovane non ne facesse uso. L’unica cosa certa, al momento, resta quella macchia rossa sul selciato, di fronte al pub Appio Latino, dove si erano fermati i due fidanzati. Siamo nei pressi della metro Colli Albani, a poche fermate dalla basilica di San Giovanni in Laterano. Non è il centro caotico, ma un quartiere residenziale, tutto sommato vivace, ma tranquillo. Eppure, lungo il viale alberato che porta al pub John Cabot, c’è un silenzio irreale, rotto solo dalle auto di passaggio. Un velo di tristezza offusca i volti nonostante i preparativi della festa patronale della vicina chiesa di san Giuda Taddeo.

Qui, l’altra sera, sono state udite le urla, i colpi della colluttazione, lo sparo. Dopo i soccorsi e le prime ricostruzioni, sono partite le indagini. In nottata, la svolta. La mamma di uno dei due presunti colpevoli si è recata in commissariato, accompagnata dal marito e da un altro figlio. Grazie alle sue dichiarazioni sono stati individuati e fermati due giovani, entrambi italiani e con precedenti penali: uno – appena diventato padre – per percosse, l’altro per problemi di droga.

Ed è forse proprio la droga la vera protagonista di questa brutta storia che sta facendo piangere tre famiglie e i tanti giovani che, in silenzio e con le lacrime trattenute a stento, continuano a portare fiori all’angolo di via Mommsen.

Anche nella morte di Mario Cerciello Rega, il vicebrigadiere ucciso in centro a Roma qualche mese fa, c’entrava lo spaccio di sostanze stupefacenti. Uno dei veri mali di questa società, che ha spinto vari esperti a dichiarare che siamo di fronte ad una nuova emergenza, come negli anni ’70. Anche se in pochi, purtroppo, sembrano accorgersene e provano a correre ai ripari. «Diamo sempre più per scontato – ha scritto Antonio Polito, vicedirettore de Il Corriere della Sera – che l’istinto di fuga dal male di vivere richieda l’aiuto di una sostanza, il conforto di una dipendenza. Accettiamo che i nostri figli siano così immaturi da non reggere altrimenti il dolore dell’esistenza. Per questo abbiamo smesso di combattere la battaglia contro la droga».

Ma questa sorta di resa culturale può provocare danni gravissimi. Lo ha ribadito con forza nei giorni scorsi al “WeFree Day” della Comunità di recupero di san Patrignano il capo della polizia Franco Gabrielli. Eroina, cocaina, cannabis, ha dichiarato, «sono ancora oggi le droghe più diffuse nel nostro Paese. Da due anni è ripresa a salire l’incidenza delle morti per overdose, è aumentato il consumo e si è abbassata l’età del consumo». Nonostante l’attività di contrasto delle forze dell’ordine, «ci sono stati sdoganamenti culturali che hanno riaperto il dibattito sulla liberalizzazione delle droghe, non comprendendo che questo è un approccio pericoloso che inquina pesantemente la nostra società».

il-pub-john-cabot-a-roma-vicino-a-cui-e-stato-ucciso-luca-sacchi-foto-sara-fornaroDopo la morte di Sacchi, è scoppiata una polemica sulla sicurezza a Roma. Ma la città, ha scritto il sindaco Virginia Raggi in un post su Facebook, «non è il far west e i romani non sono dei banditi». È una vergogna, ha aggiunto, «vedere che si specula su una morte». Tuttavia, non si può far finta di niente davanti al consumo sempre più elevato di droghe. Siringhe usate si trovano a San Basilio come sull’Appia, anche nei pressi delle scuole, come è successo quest’estate. «Gli accertamenti che l’autorità giudiziaria disvelerà, quando riterrà opportuno, non ci raccontano la storia di due poveri ragazzi scippati. Lo dico – ha affermato Gabrielli – tenendo sempre ben presente, non vorrei essere equivocato, che stiamo parlando della morte di un ragazzo di 24 anni». Un evento drammatico «che dovrebbe imporre ad ognuno di noi un atteggiamento di grande riflessione e rispetto».

Quanto è accaduto fa capire che il solo impegno delle forze dell’ordine non basta. I sequestri delle sostanze stupefacenti si susseguono, ma le grandi organizzazioni malavitose continuano a lucrare sulla pelle dei nostri figli e lo spaccio fiorisce. Serve prevenzione, serve la consapevolezza del danno provocato dalle droghe e l’impegno forte e coerente della società civile: delle famiglie, delle scuole, delle associazioni. Di ciascuno di noi. Da subito.

 

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