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In profondità > Chiesa cattolica

L’Osservatore romano compie 150 anni

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il quotidiano, nato per essere la voce del papa, ha accompagnato tutta la storia italiana.

osservatore romano

Era il 1861 e l’unità italiana andava velocemente realizzandosi. Il Piemonte, ormai Regno d’Italia con sede a Firenze, aveva “mangiato” le Romagne, le Marche e l’Umbria allo Stato Pontificio, cui restava il solo Lazio ed i francesi a difenderlo. Il Meridione era ormai “italiano”. Da questo sentimento di “accerchiamento” e di necessità di resistenza all’anticlericale stato savoiardo, nasceva il giornale del papa. Avrebbe dovuto chiamarsi L’amico della verità. Gli si preferì L’Osservatore romano titolo significativo, per dare la visione pontificia sui fatti d’Italia e del mondo, visti dall’occhio di Roma, caput mundi.  Due sottotitoli spiegavano l’indirizzo del quotidiano: unicuique suum (“a ciascuno il suo”, dal diritto romano) e “non praevalebunt” (dal vangelo di Matteo, diretto contro le forze del male, leggi Casa Savoia, i liberal-massoni e la cultura della “modernità”).

 

Un quotidiano dunque battagliero, fatto perché potesse essere “la voce del papa” sulle questioni più importanti dalla vita civile e religiosa. Questa “voce” ha accompagnato tutta la storia italiana, per restare nel Belpaese. L’ostilità allo Stato italiano, cessata nel 1929, ha chiuso con la fase della polemica e iniziato un periodo di accompagnamento alla vita della nazione, con un forte impulso a una maggior visione internazionale nel pontificato dell’energico Pio XI durante la lunghissima direzione del conte Della Torre (1920-1960). L’Osservatore è diventato voce del papa battagliero in modo così autorevole da suscitare le reazioni delle squadracce fasciste, che “picchiavano” i distributori, anche perché negli anni della dittatura e ancor durante la guerra, il quotidiano è rimasto l’unica voce realmente libera per l’informazione in Italia.

 

Negli anni successivi al conflitto mondiale e in particolare sotto Paolo VI, molto sensibile alla realtà giornalistica, il quotidiano perde il linguaggio un poco aulico per una maggiore semplicità comunicativa. Restringe le informazioni sull’Italia all’ultima pagina. Ma sono sempre commenti ben pensati in cui i pareri su situazioni scottanti – divorzio, aborto – vengono detti con chiarezza e con spirito superiore alle parti, in nome della verità evangelica.

 

Oggi, a 150 anni dall’unità d’Italia e dalla nascita del giornale vaticano, la polemica Stato-Chiesa per fortuna è cessata e i due organismi collaborano volentieri nelle reciproca sfera di distinzione, come ha sottolineato il presidente Napolitano. Il quotidiano, diretto da Giovanni Maria Vian, sta diventando più agile, apre all’arte, al cinema, alla cultura anche non cattolica, con grande rispetto. Senza cessare di essere la “voce del papa”. Con stile e senza scomuniche preventive.

Riproduzione riservata ©

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