L’oro di Klimt

L’Italia celebra l’artista viennese. Un’arte preziosa oltre la soglia della decorazione.
Ritratto di Adele Bloch-Bauer

A un secolo dalla clamorosa partecipazione alla Biennale di Venezia, Gustav Klimt torna nella città lagunare come protagonista di una straordinaria esposizione. Un ciclo eccezionale di dipinti, disegni, mobili e gioielli, ma anche elaborate ricostruzioni e interessanti documenti storici, presentano la genesi e l’evoluzione, in ambito architettonico e pittorico, dell’opera di Klimt e di quanti con lui diedero vita alla Secessione viennese: la rivoluzione artistica che, in concomitanza con quanto avveniva in altri Paesi d’Europa, voleva liberarsi dal torpore dello stile accademico in favore di un’arte nuova.
Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione, questo il titolo della rassegna. Proprio la collaborazione con Josef Hoffmann, architetto d’esterni e d’interni, è uno dei temi centrali della mostra. Un rapporto molto stretto il loro. Lo testimonia il fatto che Klimt chiese a Hoffmann di progettare il proprio atelier. Ma qui si mostra anche come, in breve tempo, i due fossero capaci di condividere incarichi, clienti, amici ma soprattutto la spasmodica tensione verso il Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale che trova nel Fregio di Beethoven nelle decorazioni di Palazzo Stoclet a Bruxelles uno dei punti più alti della sua utopica realizzazione.
 
Nel 1902 la Secessione decide di fare una mostra attorno alla scultura che Max Klinger dedica a Beethoven. La direzione artistica è affidata a Hoffmann il quale crea tre grandi sale: in una di queste Klimt dipinge tre pareti. In mostra è presente proprio il Fregio di Beethoven, 24 metri di figure e decorazioni sbalorditive per il tono simbolista e il nuovo stile che Klimt sta affermando: un linguaggio bidimensionale fatto di motivi geometrici e di linee organiche ispirate alle forme della natura. Le dimensioni dell’opera portano lo spettatore al centro di una particolare narrazione per immagini, coinvolgendolo in un viaggio simbolico ricco di figure potenti, mostruose, preziose ed eleganti.
La sinuosità e il ritmo della decorazione diventa importante almeno quanto il tema rappresentato. La liberazione attraverso la musica, nel fregio, avviene attraverso un percorso negli inferi in cui si affrontano e sconfiggono la seduzione delle sirene e le forze del male. Il cavaliere cui è affidata questa missione di salvezza personale e collettiva diventa la personificazione dell’artista; non a caso, Klimt assegna a questo personaggio le sembianze del musicista Mahler.
 
L’ultimo pannello del ciclo decorativo è intitolato: Il mio regno non è di questo mondo. Wagner, nel 1846, aveva utilizzato le parole di Gesù riferendole a Beethoven; Klimt riprende a sua volta la frase per esplicitare, anche nel titolo, l’opposizione fra la forza liberatrice della musica e la corruzione del mondo terreno.
Accanto ai grandi cicli decorativi, troviamo le opere nelle quali tutti riconoscono la nota stilistica di Klimt: Il trionfo dell’oro. Nella Giuditta del 1901 emerge tutto l’amore del pittore per i mosaici di Ravenna: il fondo si anima di motivi decorativi bidimensionali e dalla doratura splendente sui quali spicca la donna trattata in maniera realistica. Al suo volto languido si oppone la versione successiva: nel 1909 Giuditta diventa per Klimt una figura nervosa, le cui forme si piegano alle esigenze della decorazione fondendosi con essa. Il formato verticale è allungatissimo, il decorativismo esasperato, quasi un arazzo variopinto su cui spicca l’isterismo delle mani bellissime e febbrili che si aggrappano alla gonna.
La preziosità di Klimt non sta solo negli effetti decorativi, come si potrebbe facilmente pensare, ma si esprime nel tentativo di dare forma allo spirito del proprio tempo, oscillante tra il piacere, l’ansia e l’ideale di un’arte nuova e totale.
 
Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione, Venezia, Museo Correr, fino all’8/7 (cat. 24 ore cultura).

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