Loreto, dove iniziò l’avventura

Nella settimana in cui ricorre l'anniversario della morte di Chiara, proponiamo questo itinerario ricordando come nella casetta di Loreto, nell'ottobre 1939, ebbe la prima intuizione del Focolare  
Loreto - Marche

C’è una famiglia all’inizio della storia dei Focolari, la più straordinaria tra quante mai sono state, sono e saranno su questa Terra: quella di Nazareth, con Gesù, Maria e Giuseppe. Innumerevoli i cristiani che si sono santificati ispirandosi ad essa, come pure i fondatori che lungo la storia della Chiesa hanno legato la loro opera alla convivenza dei Tre.
In questa linea di novità e originalità è apparso anche il carisma da Dio concesso a Chiara Lubich, origine di una “quarta strada” rispetto alle possibilità che si presentavano un tempo ad una giovane: sposarsi e avere dei bambini da educare cristianamente, prendere il velo entrando in un convento, oppure consacrarsi a Dio restando nel “mondo”.

Questa quarta strada è il “focolare” col suo segreto di unità divina incarnata in una convivenza famigliare composta da vergini e sposati, la cui prima intuizione Chiara ha nel lontano ottobre del 1939, quando è una ragazza diciannovenne e si chiama ancora Silvia. Accade a Loreto, sede del celebre santuario che, secondo la tradizione, custodisce la dimora nazaretana della Santa Famiglia. Dalla Casa lauretana alla “casetta” di piazza Cappuccini n.2 a Trento, che ospita il primo focolare: è una storia che commuove, affascina. Proviamo a ripercorrerla a oltre settant’anni da quella prima visita di Chiara nella cittadina marchigiana.
 
Autunno 1939. L’Europa attraversava momenti cupi, cruciali, dopo l’invasione della Polonia voluta da Hitler. L’Italia, legata alla Germania dal “Patto d’acciaio” che l’impegnava a intervenire con le armi al suo fianco, in caso di guerra, non era per il momento coinvolta. Eppure nuove leggi avevano instaurato nel Paese una economia di guerra: divieto di vendere carne in alcuni giorni della settimana, divieto di usare ferro e cemento armato nelle costruzioni private, razionamento del carbone per il riscaldamento, prove di oscuramento elettrico. Provvedimenti, questi, che non promettevano nulla di buono, tanto più che dal 3 al 10 settembre Gran Bretagna, Australia e Francia avevano dichiarato guerra alla Germania, imitate dal Sudafrica e dal Canada.

C’erano insomma tutte le avvisaglie di un secondo conflitto mondiale, e papà Lubich proprio non se la sentì di mettere a repentaglio la vita della sua Silvia, invitata ad Asiago ad un corso per dirigenti di Azione cattolica; corso al quale lei teneva molto perché, pensava, avrebbe imparato tante nuove cose su quel Dio che amava già con tutta sé stessa.
Il 27 settembre, con la resa di Varsavia alle truppe tedesche, la Polonia occidentale fu incorporata al Terzo Reich, mentre veniva annessa alla Russia la sua parte orientale, che dieci giorni prima Stalin aveva iniziato a invadere. Il pericolo di un conflitto immediato sembrava ormai sfumato, sicché papà Luigi non ebbe nulla da eccepire quando alla diciannovenne maestrina giunse l’invito per un altro convegno studentesco: si sarebbe svolto dal 2 all’8 ottobre a Loreto, cittadina delle Marche distante circa 350 chilometri da Trento.

Silvia ne gioì, sembrandole la ricompensa da parte di Dio per la sua obbedienza al precedente “no” del padre. E poi si trattava di Loreto, dove si venerava la casetta che un’antica tradizione diceva appartenuta alla Sacra Famiglia, e che sarebbe stata trasportata fin lì dalla Terrasanta da una schiera di angeli. Interessava relativamente a Silvia che fosse realmente quella di Nazareth: l’importante, per lei, era il richiamo ad una realtà ineffabile che già durante il viaggio di andata la rese insolitamente assorta.

A Loreto, dopo aver preso alloggio con le sue compagne in un collegio tenuto da suore vincenziane, nel primo momento libero Silvia si recò al santuario mariano, tra frotte incessanti di pellegrini. Al centro della navata, proprio sotto l’enorme cupola del Sangallo, biancheggiavano i marmi scolpiti che, come in uno scrigno, racchiudevano la Santa Casa. Si diresse speditamente lì, senza quasi badare alla profusione di opere d’arte contenute in quel tempio maestoso.
Si affacciò nella casetta trasformata in cappella, sulla cui parete di fondo, tra candele votive e fiori, appariva la Madonnina nera col Bambino inguainata in un sontuoso manto e, mentre volgeva lo sguardo intorno su quelle pietre annerite dal fumo delle lampade e rese lucide dal contatto di innumerevoli devoti, venne sopraffatta da una insolita commozione, l’anima tutta presa dal mistero lì ospitato. Quella famiglia così straordinaria, che nell’intimo custodiva la ricchezza divina irradiata dal Verbo fatto carne, aveva vissuto una vita all’apparenza come tante, semplice e operosa: Giuseppe intento ai suoi lavori di falegname, Maria alle faccende domestiche.

Silvia immaginava di sentir echeggiare tra quelle pareti i canti della Madonna e la voce infantile di Gesù, di vedere il Bambino passare da lì a lì mentre giocava o aiutava i suoi genitori. Forse da quella finestrella era entrato l’angelo ad annunciare la nascita del Figlio di Dio, forse… Era contemplazione accompagnata da lacrime senza freno, l’impressione di essere schiacciata dal divino, trasferita in un altro mondo.
Il fascino di quella vita con Dio in carne tra Giuseppe e Maria attirava la giovane come una calamita, sì che ad ogni momento libero dal convegno attraversava tutta sola la cittadina, diretta a quel sacro luogo. E lì, ogni volta, si sorprendeva a provare la stessa commozione, la stessa densità di divino, per cui quasi doveva farsi violenza per ritornare in sé. In modo molto vago andava prendendo forma in lei un sogno, forse una vocazione.
 
Bambina, istruita da una religiosa, aveva trascorso a volte lungo tempo in adorazione del Santissimo nella chiesetta delle suore di Maria Bambina; quindicenne, avvertendo un richiamo improvviso a farsi santa – quel giorno era la festa di san Tommaso –, aveva comunicato questa attrattiva ad una coetanea, Valentina. I primi sintomi di una chiamata? Lei non ci aveva ancora pensato. Ora però ciò che stava provando a Loreto superava di gran lunga quanto aveva sperimentato fin allora nel suo cammino spirituale.

Il corso si concluse con una messa celebrata nel santuario. Uscendo dalla sua ultima visita alla Santa Casa, Silvia fu colpita dalla vista della navata invasa da un mare di veli bianchi (il gruppo di Azione cattolica era formato per lo più da ragazze dal capo coperto, come usavano allora le donne in chiesa). Fu allora che, come un lampo, ebbe l’intuizione che sarebbe stata seguita da una bianca schiera di vergini… Sì, ma per quale strada? Non lo sapeva ancora.
Quasi quarant’anni dopo don Francesco Marcolla, il parroco di Castello di Ossana in Val di Sole, dove Silvia aveva insegnato dal novembre 1938 al luglio ’39, avrebbe dato questa preziosa testimonianza: «Una volta le ho chiesto del suo futuro: se si sarebbe sposata, se volesse partire missionaria… era incerta, non sapeva. Le ho chiesto se si sarebbe fatta suora e mi ha risposto decisamente di no. Poi è stata in un santuario, a Loreto, e al ritorno mi ha scritto una lettera bellissima. Le parole – fino a qualche tempo fa le sapevo a memoria, avendole lette e rilette – erano pressappoco queste: “Si ricorda quando abbiamo parlato del mio futuro? Mi scusi se può sembrare una presunzione… Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente… grandi cose mi ha rivelato. Ho dato a Dio tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze e le spenderò per lui. Ho capito cosa Dio vuole da me. Tutto quello che dovrò fare lo farò, anche se dovessi affrontare dei dolori inenarrabili; ma sono certa che la sua grazia non mancherà”. Nel finale non c’era nessun convenevole, solo semplicemente chiedeva la benedizione. Si sentiva che da quel momento… aveva cominciato a volare. Era stato per lei un incontro con Dio, ma anche con Maria: era il suo Magnificat!».
 
Sempre a proposito dell’esperienza di Loreto, Igino Giordani parla di «una convivenza che prolungasse la famiglia di Nazareth… La sua era una “quarta strada”, che ancora però non avrebbe saputo definire». Per vederne gli inizi bisognò attendere il 1944. Mentre Trento viveva la sua “passione” sotto grappoli di bombe e i suoi familiari erano sfollati altrove, la Lubich – che allora già non si chiamava più Silvia, ma Chiara, come la santa d’Assisi, modello per lei di radicalità evangelica – trovò alloggio insieme ad altre ragazze sue amiche in un piccolo appartamento di piazza Cappuccini n. 2.
Era l’embrione di ciò che oggi si chiama “focolare”, modellato sulla realtà di Nazareth, che tuttavia non si poteva ancora considerare tale in senso pieno, in quanto accanto ai vergini mancavano gli sposati, capofila dei quali sarebbe diventato qualche anno dopo proprio l’onorevole Giordani. Non la si chiamava “focolare” quella convivenza, ma “casetta”, e questo senza nessun riferimento esplicito a Loreto. Non tanto perché ciò che era avvenuto solo cinque anni prima fosse stato dimenticato, ma perché – custodito nel profondo del cuore come seme che prima di sbocciare soggiorna mesi sotto terra – attendeva i tempi di Dio per svelare il suo disegno.
 
 
 
 

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