Lords of Dogtown

Nel 2001 il bel documentario Dogtown and the ZBoys raccontava il passaggio epocale, agli inizi degli anni Settanta, dal mito del surf a quello dello skateboard, che dai sobborghi di Los Angeles si diffuse in ogni angolo del pianeta. Quattro anni dopo esce Lord of Dogtown che prova a mettere in scena proprio quelle vicende, quando un manipolo di ragazzini mise le rotelle al surf perché per surfare c’è molto più cemento che mare a disposizione , e grazie a questa geniale intuizione diedero vita con lo skateboard ad una rivoluzione che segnò, a suo modo, il passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta. Peccato che il film non riesca a ricreare, se non a tratti, l’atmosfera di quei tempi e di quei luoghi, limitandosi a registrarne gli eventi con un’eccessiva inclinazione alla celebrazione e agli stereotipi del genere. La sceneggiatura autobiografica di Stacey Peralta, uno dei protagonisti della storia e tra i principali artefici della nascita dello skateboard moderno, si rivela alla fine un’arma a doppio taglio. Se da un lato ha permesso alla Hardwicke di penetrare fin nei più piccoli anfratti di quel periodo magico, mettendone in luce miseria e bellezza, dall’altro l’ha obbligata a non distogliere lo sguardo da quei giovani e dalle loro vicende, per di più banalizzandole e lasciando sullo sfondo tutto il resto. Non sorprende, allora, che i momenti migliori del film non siano le fan- sentastiche riprese delle evoluzioni di questi fenomeni a rotelle, ma le rare scene in cui esplode incontrollata tutta l’energia e la voglia di vivere di quei tempi. Ma lo sguardo della macchina da presa rimane superficiale, quasi la regista avesse pudore di scavare più a fondo nei protagonisti. Gli attori, pur bravi, sono limitati da personaggi artefatti: il ragazzo serio e responsabile, il bullo egocentrico e spavaldo, il rinnegato che r i f i u t a di cedere al sistema e via di questo passo. Ma forse il vizio di fondo è la convinzione di poter riuscire a raccontare quegli anni senza staccare i piedi da una tavola a rotelle. Regia di Catherine Hardwicke; con John Robinson, Rebecca De Mornay, Emile Hirsch, William Mapother

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