Lord of War

Il film racconta la nascita e ascesa di un mercante d’armi che, con un’intraprendenza pari solo alla mancanza di scrupoli, riesce a emergere dalla miseria di Little Odessa, il quartiere degli immigrati russi e ucraini, e ad approdare ai fasti dell’upper West Side. Il tutto seminando con le sue armi morte e distruzione in tutto il pianeta, in barba agli embarghi Onu e all’Interpol, grazie a coperture politiche e militari, e all’insaputa della famiglia, che, almeno fino a un certo punto, preferisce non chiedersi da dove provengano tutti quei soldi. Andrew Niccol, che aveva incantato al suo esordio con Gattaca e sconfortato con il successivo s1m0ne, scrive e dirige questo film riuscendo, almeno in parte, ad andare oltre il solito cliché rassicurante e perbenista di pellicole di questo genere, dove la parte più prevedibile è il lieto fine. Ma nonostante questo scomodo tributo alla realtà, tutto è troppo patinato e inverosimile per colpire al cuore, anche per la performance di un Nicolas Cage che, come spesso accade, rovina tutto prendendosi troppo sul serio. Il paragone con Finché c’è guerra c’è speranza è inevitabile. Se non che quella era la commedia all’italiana amara e geniale dei tempi d’oro, illuminata dal talento di Alberto Sordi, mentre qui ci troviamo di fronte a un prodotto molto più banale, in cui la ricerca dell’effetto tende a smorzare i toni caustici e la narrazione è appesantita dall’onnipresente voce fuori campo, irritante e spesso inutile. Personaggi, ambienti e situazioni sono stereotipi visti già mille volte. Qualche anno fa si sarebbe chiamata americanata; oggi, visti i tempi che corrono, ci si accontenta di questa lettura superficiale e semplicistica del fenomeno del commercio delle armi per annoverarlo tra i film di denuncia. Regia di Andrew Niccol; con Nicolas Cage, Ethan Hawke, Jared Leto, Bridget Moynahan, Ian Holm. Libricinema Pio XII e il cinema, a cura di Dario E. Viganò, Ente dello Spettacolo, pp. 147, euro 15,00. Papa Pacelli pronunciò due discorsi, il 21 giugno e il 28 ottobre 1955, sul cinema ideale, che non hanno perso di attualità. Partendo infatti da essi, l’A. inserisce una nutrita serie di saggi specialistici che analizzano l’epoca pacelliana e la mettono in confronto serrato con le esigenze attuali e il modo contemporaneo di far cinema. Il libro chiude con una succosa intervista di F. Pontiggia a Giulio Andreotti, testimone in prima persona del rapporto cinema-chiesasocietà dell’epoca. Prezioso per esperti ed appassionati. Film & Mission. Per una storia del cinema missionario, di Maria Francesca Piredda, Ente dello Spettacolo, pp. 206, euro 20,00. Una sfida, il tentare di ricostruire l’attività missionaria in ambito cinematografico nel XX secolo. Il cinema infatti ha accompagnato decenni di questa attività, consegnando testimonianze preziose che l’Autrice sagacemente indaga e commenta. Il testo è accompagnato da un dvd di supporto che permette di verificare la ricchezza e originalità del cinema missionario, un fenomeno indagato ora per la prima volta. Uno sguardo nel buio. Cinema, critica, psicoanalisi, di Enzo Natta, Effatà Editrice, pp. 79, euro 12,00. Il critico come un ritrattista che sa trovare l’uomo nello scrittore? E cos’è il significante immaginario di Christian Metz nel rapporto cinemapsicoanalisi? Natta, critico di lungo corso, indaga col consueto acume e la nota chiarezza le sensazioni-emozioniriflessioni dello spettatore nel buio della sala. Testo stimolante, ben fatto, per esperti e appassionati.

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