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Cultura > Cinema

L’ora della libertà

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Parlami di te di Hervé Mimram è un gioiello. È la storia di un manager che perde tutto ma ritrova se stesso. Il film, che sembrerebbe un raccontino  moraleggiante, non lo è affatto. È sincero, chiaro, psicologicamente autentico nell’individuare l’umanità che si nasconde nell’efficienza e perde gli affetti.

Arriva inaspettato il momento in cui la vita ci chiede il conto. Allora comincia la risalita verso ciò che vale veramente. Lo racconta un film molto interessante, Parlami di te. Il titolo originale Un homme pressé rende in pieno la storia diretta da Hervé Mimram con un grande Fabrice Luchini nei panni di Alain Wapier che, preso dal lavoro, trascura famiglia e salute. È uno dei tanti manager pressati dal superattivismo, dall’ego ipertrofico che si sente al centro di tutto, strapazza  gli impiegati, è ruvido con tutti e trascura la figlia Julie che  soffre in silenzio la perdita della madre. Ma la vita lo aspetta alla porta. Un ictus improvviso gli causa un grave deficit cognitivo. Rimane senza ricordi e quasi senza parole, deve sottoporsi ad una lunga terapia di riabilitazione, verso la quale  è  insofferente, perché deve lasciarsi gestire dagli altri.

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Jeanne, una giovane ortofonista, gli sta accanto, lo  sopporta, gli svela i suoi dolori: è stata adottata, cerca disperatamene la propria madre, sfoga l’ansia mangiando, è corteggiata da un infermiere buono e pasticcione. Alain, intanto, senza troppi complimenti, si trova sulla strada: l’azienda, ora che non è più un campione di efficienza, lo licenzia e lo sostituisce con un giovane rampante, senza scrupoli. Lui si deve rifare una vita, ma con i suoi handicap non trova lavoro. Si fa strada lentamente e non senza ribellioni la realtà vera: sua figlia. Smemorato com’è diventato, dimentica di assistere ad una sua prova di “retorica pubblica” ed è conflitto. Julie offesa, si chiude, vorrebbe  andare al cammino di Santiago, ma non con lui. Alain allora da solo e con il cane, che ha cominciato ad amare, affronta il lungo viaggio che il regista accompagna con inquadrature di una natura montuosa, nebbiosa e chiara – i diversi stati d’animo – , con pause ed incontri.  Finché padre e figlia si ritrovano a Campostela senza sapere l’uno dell’altro, ed è la festa nel riconoscersi per quello che sono, appunto padre e figlia. Cominciano a parlarsi sul serio. La malattia ha ridato ad Alain l’umanità perduta.

Il film, che sembrerebbe un raccontino  moraleggiante, non lo è affatto. È sincero, chiaro, psicologicamente autentico nell’individuare l’umanità che si nasconde nell’efficienza e perde gli affetti. Ma l’insondabile, l’imprevedibile arriva ed allora si fanno i conti con quello che si è realmente e con ciò che vale. Forse è la buona volta per dar valore ai sentimenti e all’amore. La regia così attenta e discreta e l’interpretazione  assolutamente naturale di Fabrice Luchini e di Leila Bekti rendono questo lavoro un gioiello.

 

 

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