L’Opera è una favola a fumetti

Tra lirica e fede il soprano Chiara Taigi si racconta a “Città Nuova”.
Chiara Taigi

La soggezione che potrebbe mettere il suo curriculum si scioglie davanti al sorriso accogliente e alla complicità stabilita dalla sua confessione: «Avrei voluto fare la cantante rock». E invece Chiara Taigi è diventata Desdemona per Muti nell’Otello, Amelia nel Simon Boccanegra con Abbado, Abigaille nel Nabucco che, in agosto, dal Teatro antico di Taormina è stato trasmesso in mondovisione. Non si sottrae a nessuna domanda, il soprano romana, e risponde con ironia alle provocazioni.

 

Non trova che l’Opera sia un genere in crisi e con pochi estimatori?

«La gente deve capire quello che va a vedere. Quando si va all’opera solo per il “Va’ pensiero” del Nabucco o per la marcia trionfale dell’Aida si mortifica la storia. Perché allora non fare dei fumetti che riavvicinino le persone a questa invenzione italiana. Ricordo la Bohème a Pechino. La Cina non ha una cultura operistica, ma con grande umiltà il direttore Chen Xinyi, prima dell’esecuzione, ha spiegato la storia di questa donna. Ho visto introdurre il pubblico dentro una favola. E quando in scena Rodolfo mi ha consegnato il biglietto con la dichiarazione d’amore tutta la platea ha gridato: “Ti amo”. Erano cinesi e io cantavo in italiano, ma erano entrati nella favola: è stato uno dei momenti più felici della mia carriera».

 

Immagino però che non manchino le difficoltà…

«Nel nostro mondo la crisi sta smascherando chi ama la musica sul serio e chi no. Spesso c’è un veto alle voci italiane per l’estetica, per cui se sei grassa e non sei una fotomodella non puoi lavorare. Non è il mio caso, ma io difendo la musica e la meritocrazia perché non si può far morire l’interpretazione italiana. I budget spesso non sono rispettati, i pagamenti dilazionati di due, tre anni e tante volte ti esibisci quasi gratis. La vita di un cantante comincia alle sette del mattino con lo studio, le prove e con ritmi logoranti: niente può ripagarti se non Dio».

 

Non si parla molto di Dio nel suo mondo e sorprende che ne parli apertamente…

«Non si canta con la voce, ma col cervello, con il cuore e con la fede. Volevo diventare buddhista, poi ho scoperto il cammino di preghiera Bet midrash, al Santuario delle Tre fontane, e san Francesco. Quando mi trovo nei teatri, so di essere uno strumento che ha ricevuto un dono da condividere e che un giorno dovrà renderlo. Certo una volta mi hanno cacciata da un provino perché portavo al collo il tau: ho pianto, ma sono diventata più forte».

 

Tanti maestri l’hanno diretta, cosa ricorda?

«Zubin Mehta mi ha fatto apprezzare la cucina piccante (ride). Muti mi ha insegnato a cantare l’Otello come nessuno. Indimenticabile è stato Giuseppe Sinopoli: a Dresda aveva scritto la mia carriera e così è stato. E poi la Tebaldi. Sono stata sua allieva e mi ha insegnato a studiare con deferenza. E questo mi è servito quando ho interpretato la Medea di Cherubini, una musica bellissima, ma quest’opera appartiene solo alla Callas e a lei ci si accosta solo con deferenza».

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