L’onda della solidarietà

Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata. È Gesù che, davanti alla meraviglia dei discepoli per lo splendore del tempio di Gerusalemme, ne preannuncia la distruzione. E continua: …allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Il discorso escatologico però si allarga ancora e, rievocando il Diluvio universale, sembra predire la fine del mondo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti (…). Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata. Da quasi un mese, ormai, assistiamo quotidianamente al riproporsi delle immagini sconvolgenti che documentano una delle più grandi catastrofi naturali che abbiano colpito il pianeta e i suoi abitanti negli ultimi secoli, immagini che a molti possono avere fatto pensare ad una prova generale di fine del mondo. E non era finzione. Tant’è vero che lo tsunami – parola finora nota a pochi e, comunque, estranea per noi alla sensazione di un pericolo che ci riguarda direttamente – acquisterà per molti un forte significato escatologico. La sorpresa, infatti, determinata soltanto dalla nostra imprevidenza, ha consentito che la falce dell’acqua mietesse all’un tempo le popolazioni terramaricole dell’intero golfo del Bengala insieme alle moltitudini di turisti e vacanzieri del nostro mondo opulento. Forse mai il dolore aveva accomunato così tante famiglie dell’Asia e della ricca Europa, perché il dolore e la morte, davvero, non fanno distinzione di appartenenza. Non c’è paese, sembra di poter dire, che non abbia contato i propri lutti; e proprio questa comunione nel dolore ha prodotto quella che forse è stata la più forte e spontanea ondata di solidarietà mai conosciuta. Dunque, la globalizzazione ha acquistato anche questo volto tangibile: non più soltanto interessi economici comuni, non più soltanto fruizione di conoscenze in tempo reale alla portata di tutti nel grande mercato globale che ci avvolge. Ma anche un comune sentire della nostra condizione di fragilità davanti all’onda anomala che tutto livella senza distinzione di razza, di ceto sociale, di religione e di quant’altro può ancora impedire agli uomini di riconoscersi eguali. Da qui, penso, il nascere di una solidarietà che ha stupito noi stessi. Si direbbe che nessuno abbia voluto tirarsi indietro nel donare un piccolo obolo o anche un contributo consistente alle mille iniziative di soccorso messe in campo con tempestività in ogni angolo del pianeta. Possiamo forse parlare finalmente anche di globalizzazione della solidarietà, questa parola che ridona il senso più giusto, certamente il più bello, a quel fenomeno che il progresso aveva sì prodotto sul pianeta, riducendolo per così dire alle dimensioni di un villaggio, ma limitandone l’influenza soltanto ad alcuni aspetti della nostra vita, non ancora a quelli che a noi sembrano prioritari: quelli che dovrebbero stare a fondamento della convivenza umana. Certo, non vorremmo illuderci: siamo ancora sotto l’influsso emozionale del primo impatto con quanto abbiamo potuto conoscere di questo dramma. Ma dopo l’esperienza di condivisione del dolore, sensazione emotiva ma reale, resta, per chi ha compiuto anche soltanto un piccolo gesto di generosità, l’esperienza gratificante di chi si sente finalmente in qualche modo partecipe di una famiglia più vasta. Generosità comunque ricambiata, anzi precorsa, durante i primi giorni della tragedia, dalla gente stessa del posto che spesso si è privata dei propri poveri abiti per proteggere quanti fra i turisti, erano rimasti letteralmente spogliati di tutto. E che ha iniziato senza frapporre indugi la prima raccolta dei soccorsi, come attestano le testimonianze che riportiamo di seguito. E un’altra considerazione viene spontanea. Certo, centocinquanta, forse duecentomila vittime, senza contare i feriti e le distruzioni materiali, costituiscono un disastro immane, eppure rappresentano ancora una frazione modesta di quelle che sono state e in parte sono ancora le vittime delle guerre, dove i morti e i profughi si contano a milioni. Ancora oggi in Africa ciò sta accadendo nella quasi generale indifferenza. Se le Nazioni unite hanno ricevuto, come sembra, un supplemento di investitura e nuovi fondi per concrete iniziative di intervento umanitario, dovrebbero potere esercitare una molto maggiore influenza in favore della pace, sia in senso preventivo che repressivo, cioè di spegnimento dei focolai accesi. E il mondo dell’informazione dovrebbe esso pure esercitare una vigilanza assai più attenta e compiere una denuncia inequivocabile davanti a tutte le violazioni dei diritti umani che si conoscono e di cui troppo si tace. Lo tsunami ha messo a nudo anche tante verità, molte delle quali assai scomode. Dobbiamo prenderne atto con coraggio.

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