L’onda della disoccupazione

Ora si faranno sentire i maggiori effetti della crisi ad incominciare dai lavoratori precari. Cosa riserva questo autunno?
L'onda della disoccupazione
Finora aveva resistito. Ma adesso è stata costretta a capitolare, anche se siamo nella robusta rete produttiva della provincia bolognese. Più precisamente a Castel di Casio, sull’Appennino. La Metalcastello, uno dei maggiori produttori mondiali di ingranaggi – non un’aziendina qualsiasi –, ha avviato a metà settembre la procedura di cassa integrazione a rotazione per i suoi 2500 dipendenti. La proprietà, l’indiana Mahindra, e i sindacati hanno trovato un accordo che garantisce un minimo salariale di mille euro ed evita la triste prospettiva dei licenziamenti. Meno male! Ma quei 250 occupati vedono ora con preoccupazione il proprio futuro, che immaginavano sicuro perché alle dipendenze di un’impresa ai vertici internazionali del settore.

La vicenda della Metalcastello è l’ennesimo segnale dell’arrivo, sul versante dell’occupazione, dei maggiori effetti della crisi. Certo, analisti e politici di vari Paesi vanno ripetendo che «il peggio è passato» e che «i segnali di ripresa ci sono». Sappiamo bene quanto tali indicatori siano determinanti per ridare fiducia nel futuro ad operatori e cittadini. Ma è altrettanto vero che la crisi morde ancora, solo un po’ meno. E in fatto d’occupazione la fase critica non sembra proprio alle spalle.

Non ne fa mistero la Casa Bianca, che preannuncia un 2010 in crescita di produzione (+ 2 per cento) ma accompagnato da un’ulteriore perdita di posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione che passerà dal 9,3 per cento dell’anno in corso al 9,8 del prossimo: mai così male dal 1983.

«La disoccupazione – ha avvertito Dominique Strauss-Khan, direttore generale del Fondo monetario internazionale – continuerà ad aumentare fino al prossimo anno, perché la ripresa sarà fragile, lenta e con il rischio che non produca occupazione». Ne sa qualcosa l’Unione europea, in cui il livello delle persone senza lavoro è a valori record (9,5 per cento) e l’associazione degli industriali europei ha commentato i dati positivi di metà settembre precisando che «non c’è ragione di fare salti di gioia» perché nel 2009 «andranno perduti sei milioni di posti di lavoro, altri tre nel 2010».

 

Non è sicuramente un tipo apocalittico il presidente Napolitano. Significherà qualcosa la sua recente valutazione: «La crisi non è terminata e comunque è destinata a provocare serie conseguenze sul mercato del lavoro nei prossimi mesi».

Nel nostro Paese, sono andati perduti oltre 900 mila posti di lavoro, 700 mila sono i dipendenti che beneficiano della cassa integrazione ordinaria o straordinaria, mentre arrivano a 213 mila le persone che hanno perduto il lavoro.

La crisi continua a colpire soprattutto nei distretti industriali – da Prato a Milano, da Crotone a Trieste, da Perugia a Belluno – ed in modo particolare le piccole fabbriche del Centro-Nord che risentono della contrazione delle esportazioni e che faticano ad ottenere crediti dalle banche. I settori in maggiore sofferenza restano ancora quelli dell’industria meccanica e metallica, quello della lavorazione del legno, gli ambiti del tessile, dell’abbigliamento e delle calzature.

Dietro alle analisi sulla perdita del lavoro, c’è uno scenario sempre poco visibile di dolorose vicende professionali e di drammi esistenziali. La maggioranza dei 213 mila italiani espulsi dal sistema produttivo è composta da lavoratori autonomi e lavoratori temporanei. Tanti i giovani, ma anche padri di famiglia con una certa età e bassi livelli di qualificazione, che rischiano pericolosamente di non trovare uno straccio di occupazione per molto tempo e scivolare nella china della depressione.

 

Anche i lavoratori immigrati in Italia stanno pagando un alto prezzo, perché la crisi non risparmia quei settori dell’industria e dei servizi che occupano prevalentemente persone straniere. Secondo la Fondazione Leone Moressa, le assunzioni (non stagionali) di immigrati si ridurranno del 47 per cento nel 2009, un valore pressoché uniforme in tutte le province italiane. «Un dato preoccupante – commenta il rapporto – che fotografa un allarme serio per il numero dei posti che si stanno perdendo». E non si tratta solo di veder sparire lo stipendio. Per quei cittadini stranieri che vivono stabilmente in Italia da anni, a causa della legge vigente (permanenza legata alla durata del contratto di lavoro), c’è in ballo il permesso di soggiorno, con il rischio di cadere nella rete dell’illegalità. In contemporanea, si va assistendo ad una sorta di controesodo, ovvero ad immigrati che, con famiglia al seguito, si vedono costretti a lasciare un’Italia che non offre opportunità e a rientrare nei Paesi d’origine, dove trovano almeno la rete di solidarietà dei parenti.

 

«Serviranno anni per tornare ai livelli di produzione pre-crisi», ha ricordato la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Tutti ne sono consapevoli, come pure del fatto che il momento più acuto sarà difficile da superare se non si uniscono le forze. La gravità della situazione ha favorito nei mesi scorsi la collaborazione tra governo, regioni, industriali e sindacati che ha prodotto – come si evidenzia nelle interviste – misure straordinarie per includere lavoratori non tutelati. Ma sono pur sempre provvedimenti “tampone”, mentre mancano efficaci misure di rilancio. Così molti industriali investo no nelle loro aziende all’estero e i banchieri continuano a privilegiare logiche aziendali rispetto a strategie di servizio al Paese. Questo è il quadro. Non resta che sottolineare il disgelo avviato ad inizio settembre tra la Marcegaglia e il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, sinora in rotta. Ci auguriamo che indichi l’impegno comune per favorire il dialogo ed evitare che l’autunno che inizia non sia di quelli caldi. L’estate è stata sufficiente.

Paolo Lòriga

 

 

Scuola

 

40 mila senza lavoro

 

Aveva superato i 65 anni e per questo cancellato dalle graduatorie. Docente precario, è stato reiscritto perché non ha maturato alcuna pensione. Accade a Firenze, mentre in tante province, specie del Centro-Sud, in 40 mila non hanno ritrovato il lavoro.

Anche quest’anno, comunque, la più grande azienda del Paese, la scuola, continua ad andare avanti con quasi 200 mila precari, tra docenti, personale amministrativo e tecnico, bidelli. A loro toccano in gran parte gli “ultimi” posti, quelli del disagio sociale o delle località più impervie.

In tempo di crisi o di difficoltà finanziarie sono loro che pagano per primi: si taglia il personale “a contratto”. Con la differenza che nella scuola i precari ci lavorano a volte da decenni, perché i governi non hanno mai reso disponibili per le assunzioni tutti i posti. Per due anni l’allora ministro Moratti non effettuò nomine in ruolo; il suo successore, Fioroni, pressato da ristrettezze finanziarie, non mantenne l’impegno preso col piano di assunzioni per eliminare il precariato. Le scelte dell’attuale governo hanno prodotto, specie dove in passato non sono stati fatti gli accorpamenti delle scuole, le proteste sui tetti degli uffici scolastici a Benevento, Palermo, Roma… per dare visibilità a chi, magari con famiglia e figli, ha visto non solo svanire il posto di lavoro per un anno, ma allontanarsi definitivamente la speranza dell’assunzione. Il governo, il 2 settembre, ha promesso anche per loro ammortizzatori sociali. È il solo dato positivo in una vicenda che richiederebbe di rimettere la scuola al centro degli interessi del Paese.

Maurizio Maio

 

 

L’economista Becchetti

 

Il Paese sta tenendo

 

«L’economia reale segue sempre l’economia finanziaria e quindi ci saranno degli aggravamenti in fatto di disoccupazione nei prossimi mesi», fa presente Leonardo Becchetti, docente di economia politica all’università Tor Vergata di Roma.

 

Come valuta i segnali di ripresa?

«Si parla già da un po’ di tempo di possibile ripresa nel primo trimestre del prossimo anno e quindi si tratta di vedere se e in quanto tempo gli effetti della crisi saranno annullati dal miglioramento dei mercati».

 

C’è da fidarsi delle previsioni di miglioramento?

«I dati dell’Ocse, di solito, prevedono bene i cambiamenti del ciclo economico. E adesso segnalano per l’inizio del prossimo anno un passaggio da valori negativi a valori positivi per l’economia reale».

 

Com’è messa l’Italia rispetto agli altri Paesi?

«L’Italia ha già dato prova di contenere gli effetti della crisi, perché è un sistema con un tasso di risparmio delle famiglie molto più alto rispetto ai Paesi anglosassoni. Avevamo buone scorte che sono state utilizzate in questo periodo difficile. Il governo sta facendo abbastanza bene. Con le poche risorse a disposizione e con i vincoli di debito pubblico, in questo momento non si poteva fare molto di più. C’era però bisogno di essere più decisi per arrivare ad una riduzione del costo del lavoro».

 

 

Il sindacalista Santini

 

Guai ad abbassare la guardia

 

Nei prossimi mesi vedremo ancora accentuarsi la disoccupazione?

«Per il momento è contenuta nell’ordine di 200 mila persone nella prima metà dell’anno, ma il bilancio di fine anno sarà più alto, perché nei prossimi mesi si faranno sentire gli effetti della crisi», risponde il segretario confederale della Cisl Giorgio Santini.

 

Nel frattempo, 700 mila lavoratori beneficiano in vario modo degli ammortizzatori sociali.

«Ritengo che metà di questi lavoratori non avrebbero avuto alcuna prospettiva senza gli accordi degli ultimi 6-7 mesi. Il sistema di tutela s’è innestato laddove c’era già la cassa integrazione ordinaria o straordinaria ed ha incluso i lavoratori a tempo determinato o a contratto. Il che non è ovviamente risolutivo del problema del lavoro, però permette intanto di guadagnare tempo in attesa che il ciclo economico torni ad essere positivo».

 

La tenuta è stata soddisfacente?

«C’è stata una tenuta forte perché, sulla spinta delle parti sociali, il governo ha avuto la capacità di mettere tutti i soggetti attorno ad un tavolo, coinvolgendo le Regioni, trovando risorse che altrimenti non avrebbe avuto. Così è stato possibile dare a tutti, in misura speriamo adeguata, una risposta sociale che diversamente non avrebbero avuto».

 

Come valuta i prossimi mesi?

«Tutti parlano di ripresa, ma sarà una ripresa molto lenta. Per di più il rapporto del ciclo economico con quello occupazionale ha una sfasatura di almeno un anno, quindi i primi benefici sull’occupazione non arriveranno rapidamente. È comunque importante che si sia arrestato il tracollo. Ora c’è bisogno di tenere una guardia alta per seguire gli eventi e poter utilizzare al meglio le risorse in modo da coprire socialmente tutte le persone in stato di necessità».

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