L’odissea di Bucarest

La Bucarest che scompare di Vasile Andru. Un romanzo su uno dei periodi più bui e drammatici della storia della Romania.

Bucarest, la capitale rumena popolosa e in crescita (presto raggiungerà i quattro milioni di abitanti), risulta gradevole a chi la visita oggi e riserva ancora, nei superstiti monumenti, tracce di una passata bellezza. Certo, non è più la Piccola Parigi com’era soprannominata nella Belle Époque per l’architettura elegante in stile francese e l’atmosfera vivace e cosmopolita: troppi, nel corso del XIX secolo, gli edifici e i quartieri distrutti o danneggiati dagli incendi, ai quali seguirono, nel Novecento, nuove distruzioni dovute al terremoto del 1940, ai bombardamenti anglo-americani dell’ultima guerra e a un nuovo disastroso sisma, quello del marzo 1977, che rase al suolo un terzo del suo centro storico.

Come se non bastasse, questa ennesima sciagura servì da pretesto al programma di ricostruzione voluto da Nicolae Ceausescu, dittatore dopo l’abolizione della monarchia e l’avvento nel 1947 del comunismo: emulo di Nerone che approfittò di un incendio per rinnovare Roma, egli volle dare un nuovo volto alla città bagnata dal fiume Dîmbovita, facendo eliminare antichi quartieri, chiese e palazzi che avevano resistito ai secoli, preziosi simboli di un passato da condannare che avrebbero potuto indebolire la sua autorità; perfino monumenti appena restaurati dovettero sparire, sostituiti da orrendi palazzoni  in stile realista-socialista; si arrivò a spianare una collina per far posto alla faraonica Casa del Popolo (oggi Palazzo del Parlamento). A salvarsi furono solo poche e chiese e monasteri, “spostati” altrove senza alcun rispetto per il contesto architettonico originario oppure nascosti dietro una cortina di costruzioni moderne.

Non basta. Tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta la furia demolitrice del governo comunista si sarebbe estesa ad altre città e centri minori del territorio nazionale: le nuove generazioni dovevano vivere in un mondo senza memoria, senza alcun riferimento col passato.

Documentano questa triste pagina di storia due libri pubblicati nel 1995: Le chiese condannate da Ceausescu: Bucarest 1977-1989, autori un gruppo di architetti, e La Bucarest scomparsa dell’architetto Gheorghe Leahu, che non esita a definire l’antico capoluogo della Valacchia “città martire”: «Nessuna città al mondo ha subìto tanti danni causati da demolizioni premeditate, dettate da un unico uomo in tempo di pace, quanti ne ha subiti Bucarest negli ultimi anni di dittatura: un quinto del suo territorio costruito è stato raso a terra». Sono senz’altro testimonianze preziose, ma difficilmente accessibili a lettori italiani interessati all’argomento.

In compenso, a restituire le atmosfere di quel periodo tra i più bui e drammatici della Romania, quando da un giorno all’altro intere famiglie venivano forzatamente allontanate dalle loro abitazioni in procinto di essere abbattute, giunge il romanzo edito da BesaMuci Uccelli del cielo di Vasile Andru (1942-2016). Con una prosa limpida e originale, l’autore, tra i più validi esponenti della grande corrente di rinnovamento della letteratura rumena, intreccia due storie parallele e distinte: quelle di Sandu Tariverde e di Tofana, due figure di emarginati nelle quali si è imbattuto l’io narrante (lo stesso Andru). Il primo è un intellettuale alcolizzato caduto in disgrazia per la sua abitudine di dire sempre la verità, finito a vivere nelle case della vecchia Bucarest in via di demolizione; l’altra è una giovane donna alla disperata ricerca di un visto presso tutte le ambasciate per sottrarsi al clima opprimente di quegli anni, che in attesa di emigrare si aspetta da una fede o da pratiche orientali aiuto per resistere agli eventuali maltrattamenti delle prigioni comuniste (subirà infatti le torture della terribile Securitate, la polizia di Ceausescu). Ispirati da modelli reali, questi anti-eroi le cui sorti tengono il lettore col fiato sospeso fino alla fine sono gli “uccelli” del titolo: liberi, sì, di seguire la propria coscienza, le proprie idee, ma a prezzo di una esistenza precaria nella persecuzione.

Tra le pagine più intense, quelle riguardanti la demolizione della chiesa di San Demetrio – ultimo domicilio dell’intellettuale decaduto – sotto gli occhi attoniti di una folla che invano tenta di opporsi: «Siamo due rovine: io e la chiesa rumena!» dice fra sé Sandu Tariverde. Due messaggi sul senso del progresso e sulla perdizione. Poi sorride, dice: “Io, almeno, merito di essere buttato nella spazzatura. Non ho tirato fuori nessuno dalla barbarie, nemmeno me stesso. Ma questa chiesa ci ha donato il sapere!”».

Nell’introduzione, così Andru esplicita il suo disegno: «È un romanzo sulle “demolizioni” psichiche, ma anche sulle demolizioni edilizie a Bucarest durante il decennio rumeno più opprimente: l’ottavo. Case grandi, case piccole, case storiche, chiese: tutto veniva demolito, seguendo il “piano”». Egli attribuisce a Sandu e a Tofana le proprie considerazioni sulla situazione politica e culturale del Paese, i propri giudizi sulcomunismo e sul suo fallimento. Una via d’uscita? Lo scrittore non si pronuncia. A lui basta aver portato a termine il suo compito di testimone di un’epoca storica, di un pericolo scampato, lasciando al lettore, non solo rumeno, le domande aperte sul futuro.Potrebbero far da suggello al romanzo le ultime riflessioni dell’io narrante davanti alla figlioletta Dana addormentata: «Da un lato perdi, dall’altro ti è riservata la salvezza: appoggiamoci a quel poco di bene che sta in questo grande male».

 

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