Lo zio Vanja di Vacis

Teatro

Intuire che la gran parte degli uomini non compie e non compirà mai gesti eroici è una delle grandi scoperte di Cechov. Eppure egli rende rilevante la loro vita, priva di eventi eccezionali, in quella mescolanza di malesseri e di piccole speranze, di accensioni e di delusioni dell’anima che costituiscono il gran tempo della vita quotidiana. Come nello Zio Vanja. Nel rappresentare “la vita com’è” ci fa osservare le loro minime azioni, partecipare ai loro sentimenti, senza indicarci un modo di giudicarli. Poggiando uno sguardo di infinita, umana pietà.

Tra i molti allestimenti del celebre testo questo di Gabriele Vacis è da ricordare. Attraverso un gran lavoro sugli attori della sua ricomposta compagnia Teatro Settimo – gruppo che ha fatto la storia del teatro italiano degli ultimi vent’anni –, l’ozio e la noia che solitamente pervadono le atmosfere cechoviane e la disperata ironia dell’autore, assumono una leggerezza e un ritmo coinvolgente dall’inizio alla fine, facendone uno spettacolo sospeso tra immobilità e tempesta. Con i personaggi che sembrano recuperati dalla memoria.

La vicenda è quella della famiglia borghese e rurale turbata dal ritorno del vecchio, tronfio “professore” e della sua seconda giovane moglie. Il suo ex cognato Vanja e la prima figlia Sonia vedono sconvolto il proprio quieto tran tran. Della bella Elena si innamorano sia Vanja che il pacioso Astrov, medico ecologista ante litteram, di cui è invece invaghita Sonia.

L’elemento scatenante del testo è la decisione del professore di vendere la tenuta. Alla conseguente ribellione di                   Vanja a cui scappa un colpo di pistola che manca il bersaglio diretto al professore, segue la partenza immediata della coppia ospite. Per chiudersi con quel finale struggente in cui Vanja e Sonia ritornano alle loro mansioni di contabilità sognando un futuro di felicità nell’altra vita.

Un tumulto di sentimenti sembra rivitalizzare il tempo dello spettacolo di Vacis, accrescendo ulteriormente la frustrazione dei personaggi che restano, anche se il mancato bersaglio della vita colpisce tutti quando un barlume di azione e di cambiamento sembrerebbe concretizzarsi. E li raggela nell’incapacità di agire.

Attuale come non mai, anche per il tema ecologico – natura violentata e lottizzazione – e politico – un’intellighenzia sterile e improduttiva, che parla a vuoto –, in Zio Vanja Cechov registra la mutazione di un’epoca, senza dare ai protagonisti l’opportunità di parteciparvi.

Nel privilegiare una scrittura asciutta e colloquiale, si compie con vitalità quel teatro di narrazione caro a Vacis, e quel “farsi” del teatro mentre accade. Gli attori tirano in giù alberi rinsecchiti con le radici per aria, sipari di plastica trasparente; spostano armadi e sedie, e vestono da un guardaroba aperto zeppo d’abiti. Su questa scena evocativa un tessuto sonoro di voci della natura accompagna il lento fluire del tempo.

Sono da ricordare, tra gli interpreti, il Vanja di Eugenio Allegri, l’Astrov di Michele Di Mauro, ricco di umorismo, la Elena di Lucilla Giagnoni, e quella minuta balia di Laura Curino, figura marginale ma presente e attiva come lo sono tutti gli altri ruoli apparentemente secondari, in realtà tutti determinanti nel comporre questa emozionante pagina corale di gran teatro.

 

Al teatro Mercadante di Napoli fino al 20 dicembre e in tournée.

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