Lo strano esperimento del dottor Ox

Da un racconto esilarante di Jules Verne, un monito a vigilare sulla possibilità di controllo delle masse da parte della scienza

«Se sopra una carta delle Fiandre, antica o moderna, cercate la piccola città di Quiquendone, è probabile che non la troverete. Quiquendone è dunque una città scomparsa? No. Una città di là da venire? Nemmeno. Esiste a dispetto della geografia da otto o novecento anni». Inizia così il racconto lungo Dottor Ox di Jules Verne, apparso nel 1874: un’opera atipica nell’intera produzione dello scrittore francese, non tanto perché vi manchi l’elemento scientifico e anticipatore dei suoi più famosi romanzi, ma perché – insieme al tono leggero e umoristico, qui predominante – con essa inizia il disincanto dell’autore nei confronti della scienza per i rischi a cui può andare incontro l’umanità in seguito ad un progresso incontrollato; disincanto che si trasformerà in vero pessimismo in alcune sue opere tarde.

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Questa favola agrodolce – perché tale è Dottor Oxprende amabilmente in giro i quiquendonesi, definiti «placidi moderati, freddi, flemmatici, “fiamminghi” in una parola», tant’è che nelle loro conversazioni, tra il domandare e il rispondere, fanno passare diversi minuti, i quali diventano anni quando si tratta di concretizzare una qualunque decisione presa. Che Verne esageri un po’, descrivendoli così, non fa che rendere più gustose certe situazioni. Ma come scuotere una popolazione che vive con la velocità di un bradipo? La soluzione non può che venire dal di fuori. Difatti, a rivitalizzare la sonnacchiosa Quiquendone, sopraggiunge il dottor Ox, fisiologo di fama internazionale, col suo esperimento collettivo. Ottenuto il consenso delle autorità del luogo a costruire a sue spese l’impianto d’illuminazione a gas cittadino, lo scienziato introduce nei tubi, al posto del gas, ossigeno puro in dosi tali da influire profondamente sul comportamento degli abitanti. Non per niente il suo fido assistente si chiama Igeno: Ygène nell’originale francese, che unito a Ox del dottore forma Oxygène, Ossigeno.

Con quali risultati? L’elemento introdotto, saturando a poco a poco l’atmosfera, rende i quiquendonesi sempre più dinamici, attivi, eccitati. Dalle case private e dai palazzi pubblici l’epidemia si propaga nelle vie, man mano che procedono i lavori, estendendosi anche agli animali domestici che diventano più aggressivi e perfino ai giardini, orti e frutteti, dove le piante crescono più in fretta e maturano frutti di dimensioni mostruose. Quanto al dottor Ox, osservando le trasformazioni nei soggetti umani, vede confermate le sue teorie che moralità, dignità, ingegno e senso politico di una nazione non sono altro che «questione di molecole», ossia di ossigeno.

Esilarante è l’episodio della serata al teatro comunale, dove la nuova rete d’illuminazione (o dovremmo dire di ossigenazione) è stata appena installata. Vanno in scena Gli Ugonotti di Meyerbeer, opera-fiume della durata di qualche ora, senonché l’accelerazione impressa dall’ossigeno in circolo a musicisti e cantanti fa sì che duri soltanto 18 minuti, tra l’entusiasmo e i battimani frenetici del pubblico… che però, una volta fuori dal teatro, riprende la sua solita pacatezza. O quello, altrettanto divertente, in cui i pacifici abitanti di Quiquendone, presi da ardore bellicoso, rispolverano antichi rancori e rivendicazioni nei confronti della confinante cittadina di Virgamen, sì da costituire un piccolo esercito per dichiararle guerra!

A questo punto critico Verne dice basta e fa intervenire il buon Igeno: a lui si deve, infatti, l’esplosione che, distruggendo il gasometro e l’officina del dottor Ox, mette fine al bizzarro esperimento. Dopo di che assistente e scienziato scompaiono e di loro non si sa più nulla. Evitata così una catastrofe, Quiquendone torna ad essere «la città placida, flemmatica e fiamminga d’una volta», dimentica ormai di contrasti e duelli.

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Già messo in musica da un maestro dell’operetta come Offenbach, che nel 1877 ne trasse un balletto in tre atti, il racconto è stato riproposto dall’editrice napoletana Polidoro con le illustrazioni d’epoca firmate da Lorenz Froelich. Giustamente, nella introduzione, Fabrizio Denunzio mette l’accento sul lato più oscuro di questo testo, che non è solo divertissement letterario: «Non è un caso che l’affermazione più importante e inquietante del dottor Ox, capace di sintetizzare al meglio il significato del suo personaggio e del suo esperimento, rimane quella pronunciata alla fine del capitolo IX: “Finalmente! Ora opereremo in grande, e sulle masse!”». «La lezione che si ottiene alla fine del racconto di Verne – prosegue Denunzio – è fondamentale per comprendere il passato, il presente e il futuro politico dell’Occidente: impariamo a prendere confidenza con la profonda ambiguità del progresso tecnologico; assegniamo un posto centrale ai flussi comunicativi nella comprensione delle strutture del potere; ci addestriamo a diffidare ragionevolmente di chiunque affermi di usare tali flussi per illuminare le masse, perché in realtà potrebbe nascondere intenti del tutto diversi, di natura manipolativa».

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