“Lo Spaccanoci”

Italia 1, lunedì, ore 23.00. Diciamolo subito a scanso di equivoci. Fabio Volo ci sta simpatico e ha un talento superiore a quello di molte altre, più celebrate, star del piccolo schermo. Ha un volto che ti conquista al primo sguardo, ha una storia interessante: panettiere di poca cultura, poi onnivoro divoratore di libri, allievo di Silvano Agosti e quindi dj radiofonico, jena televisiva e amata icona del giovanilismo formato catodico, protagonista brillante di un film importante come Casomai di D’Alatri. Uno che si è fatto da sé e che conserva un tocco naïf che lo distingue dai tanti volti costruiti. Qualunque cosa faccia sembra infatti sempre conservare un’innocenza di fondo. Mettersi a nudo è la sua specialità: lo ha fatto alla lettera in alcuni celebri e discutibili sketch, ma è capace anche di farlo con l’anima. Detto questo, c’è da riferire del suo ultimo programma Lo spaccanoci: un titolo che vuol esaltare il suo ruolo un po’ petulante di rompi-schemi, ma anche il senso profondo nascosto nelle cose. In linea con il suo personaggio continuamente spiazzante, il bresciano persegue l’obiettivo ambizioso di arrivare al nocciolo. In ogni trasmissione regala ai suoi ospiti una noce all’interno della quale è celato un messaggio personale. Un modo per rappresentare l’ambizione di andare al di là del guscio, di guardare cosa c’è sotto la superficie. Il fatto è che in questa prova, Volo sembra più svogliato del solito. Come gli allievi dotati che fanno disperare gli insegnanti, passa per quello che potrebbe ambire all’8, ma galleggia sul 5 ?, senza sforzarsi più di tanto. Non è questione di quantità. Da quel punto di vista è anche bulimico. Lo spaccanoci soffre dell’eccessivo protagonismo di Volo che fa il oneman- show e occupa tutti gli spazi e tutte le parti in commedia: fa il cantante e l’intervistatore, il cascamorto e la jena in servizio permanente effettivo. Un iper-attivismo che però nasconde una pigrizia di fondo, e una sindrome Peter Pan sempre in agguato. Ci sono momenti in cui Volo sfodera doti di introspezione notevoli e con il suo stile scanzonato offre riflessioni importanti sul senso del vivere, con toni a metà tra il poetico e l’esistenzialista. Ma un istante dopo, quando intravedi in lui la stoffa dell’uomo maturo, eccolo ricadere nei tic da adolescente, banale e sciatto, provocatore ammiccante, innamorato della sua immagine di dongiovanni incallito. E in quei momenti, come alla prof di italiano, cascano le braccia. È come se Fiorello fosse ancora lì a fare il Karaoke. Se non fosse cresciuto, ci saremmo persi un mattatore d’eccezione. Volo è di quella stoffa. Solo che lo voglia.

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