Lo sguardo del paese reale

Dove siete ancorati? Su L’isola dei famosi o sulla terraferma dell’Italia quotidiana? Spiace ammetterlo, ma L’isola dei famosi siamo noi, sorpresi nel disperato tentativo di farci notare, di strappare un ultimo applauso, di sopravvivere al tempo e alla fama, afferma senza indugi Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera. Possibile? L’isola tira fuori la cialtroneria che è in noi – sostiene sicuro -, contando su scarse riserve d’ironia e sulla tendenza al patetico. Saremmo, perciò, a suo dire, spettatori di un paese che si specchia nello schermo televisivo e facciamo propria, fino a viverci dentro, la rappresentazione dell’Italia che viene proiettata dal tubo catodico. Insomma, la vita vera è quella in diretta, con l’ennesima trasmissione sul delitto di Cogne, con le chiacchiere sulle separazioni di Pippo Baudo e di Simona Ventura, con i confronti politici nella vera sede del parlamento nazionale, ovvero Porta a Porta, con il dibattito tra esperti sugli studenti autori di allagamenti scolastici, senza dimenticare le analisi relative alle scelte di Albano e delle sorelle Lecciso. Non ne siete al corrente? Gravissimo. Gli italiani, al termine del 2004, dovrebbero essere questi, e quello rappresentato in tivù, il vero paese. Così sembra. E, a forza di sentirlo dire, rischiamo di crederci. Ma l’Italia reale, se l’ascoltiamo, è un altro paese. Ci se n’accorge, ad esempio, analizzando il legame con la televisione. È da poco uscito il quarto Rapporto sulla comunicazione in Italia. Ebbene, fa giustizia della presunta dipendenza dei cittadini dal teleschermo. C’è molta più gente di quanto non si creda che spegne la televisione se non vi trova programmi di proprio interesse, si legge nel commento ai risultati della ricerca del Censis. E non è tutto: Molte altre persone lasciano accesa la televisione, mettendosi, tuttavia, a fare altre cose. Anche per quanto riguarda i cosiddetti reality show, pezzo forte (sic!) pure del servizio pubblico televisivo, non sono così amate e seguiti come viene continuamente fatto presente. Il Rapporto rileva che il 36,9 per cento degli spettatori dichiara di non vedere i reality show e il 25,0 mostra avversione. Inoltre, una parte di chi segue tali trasmissioni è motivata solo dal fatto che poi tutti ne parlano. Se ne deduce, alla fine, che i naufraghi soggiogati da L’isola dei famosi non sono un intero paese, ma solo una parte di pubblico giovanile/ femminile, sufficientemente scaltra nel cogliere la finzione e che utilizza il programma come un videogioco con persone vere. Come vedete, il fenomeno si ridimensiona subito ad un’attenta analisi. Più in generale, sempre riguardo alla tivù, si tace sui giudizi espressi da tanta parte del pubblico in fatto di volgarità. Non sono gradite le parolacce e le persone che urlano e si insultano, mentre sono contestate le immagini dotate di richiami erotici e quelle con comportamenti violenti. Non è vero, perciò, che quanto si vede in tivù è proprio quello che la gente vuole. Succede piuttosto che il pubblico si vada stancando dei programmi televisivi e scelga di dedicarsi ad altro. Lo studio della Libera università di lingue e comunicazione, di Milano, su dati Auditel evidenzia una cre- scente fuga: nel 2000, gli italiani regalavano al tubo catodico 3 ore e 44 minuti, nel primo semestre di quest’anno il tempo si è ridotto a 3 ore e 6 minuti. L’Italia vera è quella che fa i conti con la crisi economica e disapprova i facili ottimismi sull’imminente rilancio. Condivide, semmai, il realismo del Governatore Fazio, che anche recentemente si è espresso con una dichiarazione – Sull’intensità della ripresa nel nostro paese permangono elementi di incertezza – che esprimeva le opinioni consolidate tra la gente. Nessuno, ad inizio del 2004, si immaginava la prospettiva di un Natale così magro: le ultime previsioni segnalano il crollo di viaggi e vacanze, mentre in fatto di regali si procederà con indubbia cautela, riscoprendo modalità meno dispendiose per esprimere gli auguri. Si vanno moltiplicando le offerte Tasso zero e primi versamenti a partire dal 2006, ma le previsioni dell’Istituto di studi e analisi economica (Isae) sui comportamenti degli italiani fanno capire che ben pochi saranno allettati dal richiamo. Per i prossimi dodici mesi, infatti, la quota di quanti escludono con certezza di effettuare acquisti non ordinari è salita in ottobre dal 63 al 67 per cento. Più poveri, ma anche più responsabili. Sono diventati così i consumatori nel corso dell’anno. Scelte oculate e la scoperta di una vita più sobria. Ma è maturata pure la consapevolezza che la crisi attuale non è una fatalità da subire a collo torto e che va combattuta dando forza (e iscrivendosi) alle associazioni di tutela dei consumatori, quali antidoto alle inefficienze pubbliche e ai poteri economici. Sul tema della famiglia, lo scarto tra paese televisivo e paese reale, tra presunte élite culturali e cittadini è sostanziale. Anche il quotidiano la Repubblica, espressione della cultura libertario-radicale, dopo aver commissionato una ricerca alla Demos- Eurisko, ha dovuto prendere atto che su famiglia, procreazione e sessualità i punti di vista di chi suona con la grancassa non sono identici a quelli della gente comune. Prima di tutto, è doveroso annullare l’annunciato funerale della famiglia. Nove italiani su dieci la considerano il punto fermo della vita e l’approdo sicuro sia nelle difficoltà quotidiane che nelle emergenze. Ecco, perciò, ribaditi il ruolo e la rilevanza sociale del nucleo familiare. Prerogative, queste, analoghe a quelle degli altri paesi europei. La peculiarità della famiglia italiana – comune, in parte, a quella dell’area mediterranea – è, invece, il legame saldo che vede uniti i componenti della famiglia nel corso della vita, sottolinea la ricerca. Significativo il dato che riguarda la densità e la diffusione territoriale della famiglia. Il 46 per cento degli intervistati ha parenti che abitano in un appartamento che si trova nello stesso edificio o nelle immediate vicinanze, mentre i familiari di un ulteriore 38 per cento sono residenti nello stesso comune. Ciò suggerisce – ha commentato il sociologo Ilvo Diamanti – che la famiglia è cambiata. Si è scomposta, rarefatta. Ma nel solco della tradizione . Cosa significa? I figli – sempre meno numerosi – mettono su famiglia e se ne vanno da casa – il più tardi possibile. Ma non si allontanano troppo. Così i legami di reciprocità si mantengono e si riproducono. I nipoti vengono affidati ai nonni, quando i figli vanno al lavoro. E i genitori, quando invecchiano, possono contare sul sostegno (un po’ meno sull’assistenza) dei figli. Altro tema scottante, che sembra abbia diviso (se si presta attenzione a certi mezzi di comunicazione) il paese in due – da una parte, i cattolici, dall’altra, il resto della popolazione – è quello della fecondazione assistita. Quasi otto italiani su dieci concordano sul fatto che una coppia impossibilitata ad avere figli ricorra, appunto, allo strumento della fecondazione assistita. Ma ecco il punto: suscita un netto rifiuto o è guardata con sospetto da due terzi degli italiani, se la fecondazione diventa eterologa, quando, cioè, è necessario ricorrere al seme di un donatore esterno alla coppia. Nella percezione degli italiani – rilevava ancora Diamanti -, la famiglia coincide con il legame stabile fra due persone, che convivono sotto lo stesso tetto. E prevede un rapporto solidale e allo stesso tempo fedele. L’ 80 per cento degli italiani, infatti, ritiene moralmente sbagliata la relazione extra-coniugale e la fedeltà viene considerata una virtù. Argomento di contesa nel dibattito pubblico è pure il legame tra persone della stesso sesso. Alla prova delle più recenti opinioni, tuttavia, la questione sembra non porsi. La ricerca commissionata da la Repubblica chiarisce le posizioni: il matrimonio tra omosessuali non trova il consenso di oltre due terzi degli italiani. Non è dunque una minoranza arretrata e arroccata che si oppone all’innovazione, ma una società che, nella sua stragrande maggioranza, attribuisce alla famiglia, composta da un uomo e una donna, pieno rilievo, centralità sociale e profondo valore etico. Il paese virtuale, anche di questo, prenda debitamente atto La domenica è un’altra cosa Si insinua appena può la spinta ad equiparare la domenica agli altri giorni della settimana. Il mondo produttivo fa pressione per arrivare alla conquista. Ragioni di economicità (massimo utilizzo delle strutture) unite alla voglia di offrire l’opportunità di praticare gli acquisti ai cittadini che lavorano tutta la settimana legittimano la richiesta di rendere la domenica giorno lavorativo. Anche motivazioni sociologiche e culturali vengono affiancate a questa tesi, per cui sarebbe ragionevole superare la tradizionale scissione tra tempo di lavoro, concentrato nei giorni feriali, e tempo di riposo, proprio della domenica e dei festivi. Ma come la pensano davvero gli italiani? I dati del’indagine – viene precisato da una ricerca del Censis La domenica degli italiani uscita in novembre – mostrano che queste motivazioni sono sostanzialmente infondate, che la specificità domenicale è ancora molto forte, sentita e vissuta dagli italiani. La domenica, insomma, viene considerata e vissuta come il tempo delle relazioni, in famiglia, con parenti e amici, con sé stessi . Anche la televisione, grande protagonista delle domeniche in casa, è comunque seguita come occasione (per il 69 per cento dei telespettatori) per stare insieme con familiari o amici. La domenica è il tempo del riposo, dedicato a spezzare la spirale stressante del lavoro. Ma è anche tempo di meditazione, occasione per riflettere su progetti e per soffermarsi su temi e argomenti che, di solito, rimangono ai margini. Il 27 per cento degli italiani dedica nei giorni festivi spazio alla spiritualità.

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