Lo sguardo che serve all’Europa oggi, intervista a Pierluigi Castagnetti

Il punto di vista di una delle voci più autorevoli del cattolicesimo democratico in Italia. Dalle migrazioni alla transizione ecologica fino agli scenari di guerra, le grandi questioni non si possono affrontare in un’Europa con 27 diritto di veto. Occorre avere una visione lontana da ogni scorciatoia propagandistica
Europa EPA/DUMITRU DORU

Dopo aver ascoltato il punto di vista e le aspettative di Francesco Giubilei, esponente della cultura della destra conservatrice che sostiene l’attuale governo in carica, sentiamo ora il parere di Pierluigi Castagnetti in questa intervista pubblicata parzialmente sul numero di maggio della rivista Città Nuova.

Castagnetti, più volte parlamentare anche europeo, è tra le voci più autorevoli della cultura cattolica democratica. È stato l’ultimo segretario del Partito Popolare nato dopo la fine della Dc e confluito nel Partito democratico. Formazione politica che aderisce, nel Parlamento europeo, al gruppo dei socialisti e democratici (il gruppo dei popolari in Europa rappresenta la componente centrista dell’attuale governo italiano, ndr).

Perché, come dice Romano Prodi, purtroppo l’Europa è un nano politico? Quali ostacoli andrebbero rimossi per agire come un attore decisivo sul piano internazionale?
È un nano politico perché non riconosce la sua forza, che è innanzitutto spirituale e politica. È vero che le due guerre in corso ci hanno messo di fronte alla drammatica realtà della forza militare, ma è pur vero che i carri armati, i droni e i missili riescono a cominciare le guerre ma non a finirle. Per finirle occorre l’autorevolezza della politica, cioè la sua autorità. La sua credibilità. La sua forza di rappresentare e guidare i popoli. Mentre oggi chi scatena le guerre sa di poter contare sulla fragilità delle parole della politica e sulla modestia (non sempre, ma spesso) di chi la guida. Massimo Cacciari un giorno definì l’Europa “potenza spirituale”, peccato che lei mostri di non ricordarsene.

Aggiungo che per non essere “nani politici” occorre averne l’ambizione. Purtroppo, dopo l’uscita di scena delle generazioni dei Mitterand, dei Kohl, dei Delors, dei Prodi, questa ambizione non si vede più. Il processo di allargamento dell’UE, che pure tanti risultati ha ottenuto (basta chiedersi, come fa Prodi, che ne sarebbe oggi della Polonia se non fosse con noi), è in gran parte alla base dei nostri insuccessi. Un’Unione fra “27 diritti di veto” non può che produrre l’attuale paralisi politica. E Putin lo sa bene.

La paura delle migrazioni incontrollate agisce come leva potente nella scelta elettorale. Non le pare che le tesi sulla necessità di nuova popolazione in entrata per sopperire al calo demografico finiscano per rafforzare la teoria complottista della sostituzione etnica? Quali parole nuove andrebbero adoperate per affrontare una questione epocale?
Ma intanto occorre una volontà politica che in ogni parte dell’Europa oggi latita, perché il tema delle migrazioni non porta voti, né maggiore sicurezza a breve, cioè nel range temporale entro cui agisce il demone politico del cosiddetto “presentismo”.

Con quali parole combatterlo? Si, forse con quelle che toccano la convenienza di ognuno di noi: guarda che se cala il numero dei lavoratori non ci saranno più risorse previdenziali per le nostre persone! Guarda che non ci saranno più badanti per i tuoi genitori e domani per te! Guarda che con il gelo demografico non ci saranno più giovani, non circolerà più spirito vitale nelle nostre comunità, e via dicendo. Ma forse più che parole occorrono fotografie. Bisogna mostrare gli sguardi dei bambini, delle mamme, dei vecchi di Kiev e di Gaza, e costringere ogni giorno gli spettatori televisivi, cioè noi tutti, a incrociare i propri sguardi con i loro, fissare quegli occhi, farsi sfidare, farsi interrogare da quegli sguardi. Forse è il solo modo per vedere se c’è ancora spazio per pensare che anche la nostra generazione riuscirà a ritrovare quell’ “umano dell’uomo” che Vasilij Grossman scoprì nella Madonna Sistina di Raffaello.

Vede possibile, vista la consonanza tra Meloni e von der Leyen, una nuova maggioranza nel Parlamento europeo con l’accordo tra conservatori e popolari? Avrebbe delle conseguenze per la tenuta della Ue?
Non lo vedo possibile. Per fortuna in Europa si sviluppano dinamiche politiche diverse da quelle nazionali. Lei ritiene immaginabile che il governo dei Paesi europei possa operare senza la Germania, o la Spagna, o i Paesi scandinavi? Quello che noi chiamiamo superficialmente “consociativismo” è la condizione operativa irrinunciabile per le istituzioni europee. Lei pensi che il Consiglio europeo (la cosiddetta prima Camera parlamentare) e la stessa Commissione europea (il governo) sono composti da membri designati dai singoli 27 Stati dell’Unione, non da maggioranze politiche. E non è un pasticcio, ma la condizione perché ogni Stato si senta coinvolto e rappresentato.

Il dirottamento dei fondi europei verso il sostegno militare all’Ucraina e la vittoria di alcune istanze delle organizzazioni degli agricoltori mettono in dubbio il futuro del green deal europeo visto come espressione di un ambientalismo estremista del socialdemocratico Timmermans?
La realtà del clima, la prossima catastrofe ambientale o la prossima epidemia, si incaricheranno di fare tornare la ragione su questi temi. I trattori cabinati, giustamente con aria condizionata, con cui gli agricoltori sono sfilati davanti alle sedi istituzionali europee, erano tutti finanziati dall’Ue, e senza la Pac i sistemi produttivi agricoli dei nostri Paesi sarebbero tutti in crisi. Il problema vero della sottovalutazione dei costi produttivi in agricoltura si risolverà non aumentando le produzioni, ma intervenendo sulla filiera produttiva e soprattutto distributiva e retributiva. Non essendo stata in grado l’Unione di affrontare questo problema veramente difficile in tempi rapidi, ha consentito di scaricare ogni colpa sui processi di difesa ambientale. Propaganda. In politica, come nella vita, la via più breve non è quasi mai la più efficace.

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