Lo scalpello del virtuoso

A Forlì la rassegna su un autore controverso del Novecento, Adolfo Wildt.
Opera di Adolfo Wildt

Non l’hanno capito finché era in vita, cioè fino al 1931. Il milanese Wildt non si adeguava a nessuna sperimentazione avanguardistica, rimaneva sé stesso. Capace di cavare dal marmo virtuosismi impensati, per chiudersi in forme turgide: veri blocchi di anime. Dopo decenni, la mostra forlivese rende giustizia a uno scultore che usava la fatica per ritrovare oltre il sasso, la luce. Wildt ha lavorato molto, nel sacro e nel profano. Si sente in lui che la materia respira. Nei due busti, La vedova e La martire – il primo a Roma e il secondo a Brescia –, è la stessa immagine raccolta nell’identico martirio: del cuore e della carne, ad occhi chiusi. È preghiera, che per Wildt significa assenza di ombre. Talora egli affronta il tono celebrativo con un Pio XI, un Toscanini e un Mussolini “imperiali”. È la parte più caduca della sua arte. Ma è nelle variazioni sulla Madre che Wight si avvicina al nostro bisogno di recuperare il sentimento vero. Nella foto, il marmo con Maria che dà alla luce i pargoli cristiani (1918) contiene una finezza, un candore di linee che è tenerezza. Bella come un canto di amore. Questo è Adolfo Wildt.
 
Wildt. L’anima e le forme. Forlì, Musei San Domenico. Fino al 17/6 (cat. Silvana editoriale).

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