L’Italia rialza la testa

Giovani e giovanissimi protagonisti della rassegna. Vince l'italo-danese “Fratellanza” di Nicolò Donato. Tanti premi a “L'uomo che verrà” di Giorgio Diritti.
Italia alza la testa

Diciamoci la verità. Il vincitore morale (e reale) della festa-festival romana è lui, Giorgio Diritti, classe 1959, un solo film alle spalle, Il vento fa il suo giro, diventato un caso, a suo tempo. Come il nuovo film, che ha vinto il Marco Aurelio d’argento e, quel che più conta, il Premio del pubblico. Diritti è asciutto. Ha raccontato la strage di Marzabotto, anno 1944, con uno sguardo doloroso dall’alto, duro contro ogni forma di guerra, attraverso gli occhi di una bambina muta. Il regista riscrive una storia patria, oggetto di polemiche mai chiuse, con un senso di alta moralità che comunica allo spettatore – il grosso pubblico, cuore del festival romano – il rigetto per ogni violenza e il diritto alla vita di esistere.

È anche il messaggio del film vincitore, Fratellanza di Nicolò Donato, vicenda drammatica di amore gay in un gruppo nazi-danese, dove i giovani vengono educati alla violenza contro chi è diverso e più debole. L’amore tuttavia può nascere e svilupparsi – il film, per quanto crudo, non si concede alla facile morbosità – fra le persone, anche se viene pagato con il sangue.

Ancora una storia di giovani. Perché, occorre dirlo, sono loro i protagonisti della rassegna. Hanno animato, giorno e notte, la vita del festival, e poi i film, molti film, parlano di loro. È il caso di Alza la testa di Alessandro Angelini, che ha fruttato il premio per miglior attore a Sergio Castellitto, padre intransigente di un timido diciottenne, che gli muore, trasformando poi la sua vita in un calvario alla ricerca di una «nuova possibilità», grazie anche all’incontro con un personaggio diverso, Sonia (una premiata, intensa Anita Kravos).

 

Ma è soprattutto nella sezione specifica “Alice in città” – da sempre la vera punta originale di questo festival sospeso tra le rassegne di Venezia e Torino – che si trovano racconti di forte spessore. Qui il mondo dei giovani e giovanissimi si fa protagonista di storie intense: dai (purtroppo) non premiati Mar piccolo di Alessandro Di Robilant e La Regate del belga Bernard Bellefroid, ai vincitori, l’australiano Last Ride e l’olandese Winter in Wartime si assiste a lavori dove il mondo e gli uomini, con le crudezze e le speranze, sono visti con gli occhi di chi si sta aprendo alla vita. Film molto belli, commoventi: li vedremo mai in sala? Speriamo i distributori ci credano…

C’è tanta malinconia in queste opere. La stessa che, a dire il vero, punteggia gli oltre cento film del festival. Come The Last Station di Michael Hoffman che racconta gli ultimi giorni di Tolstoj accanto ad una stupenda (premiata) Helen Mirren, nel ruolo della moglie.

Malinconia, tristezza, si diceva. Ma senza lacrime indigeste. Perché si ride, anche. Basta vedersi Meryl Streep, strepitosa nel divertente Julie & Julia (premio alla carriera) o l’italianissimo Oggi sposi di Lucini. O sorridere con George Clooney nel suo Tra le nuvole. Una volta tanto, George non ha ricevuto un premio, ma tanti applausi e quel gossip che ai festival non manca mai. Anche se questa volta a Roma c’è stato più festival che festa – meno male! – e un’attenzione, finalmente positiva, al made in Italy. Non sarà che il Belpaese stia rialzando la testa, almeno al cinema?

 

 

In www.cittanuova.it si trovano le recensioni di L’uomo che verrà, Alza la testa, Julie & Julia, Vision, Oggi sposi, Popieluszko.

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