L’Italia e la questione Mes

È giustificata la diffidenza del Parlamento italiano nei confronti del famoso Meccanismo europeo di stabilità? A giudicare dai precedenti interventi di salvataggio attuati in altri Paesi, tra i quali Portogallo e Spagna, si direbbe di no
Foto LaPresse - Andrea Panegrossi 11/12/2019 - Roma, Italia. POLITICA Presidio contro il MES di Fratelli d'Italia davanti a palazzo Chigi

Immaginate di avere un’impresa indebitata fino al collo nei confronti di varie banche, sempre esposta al pericolo che l’una o l’altra, vedendo la precarietà della situazione, vi chiuda il rubinetto del credito, facendo saltare tutto. Immaginate che un’associazione di imprenditori riesca a concordare una speciale linea di credito per finanziare a tassi di assoluto favore le imprese più a rischio, come la vostra, proprio per prevenire possibili tracolli.

Penso che la vostra prima reazione non sarebbe: «Questi mi vogliono mettere nel sacco! Prima mi prestano i soldi, ma poi vorranno comandare a casa mia». O, meglio, una reazione di questo genere sarebbe giustificata se il gruppo di comando dell’associazione fosse composto di malintenzionati, sempre pronti a qualche stratagemma per tenere in pugno imprese come la vostra e poi magari costringervi a vendere a prezzi stracciati qualche pezzo pregiato a un loro sodale.

Non mi pare che sia di quest’ultimo tipo l’atteggiamento dell’Unione europea nei confronti di Paesi come l’Italia nell’aver voluto attivare, e ora aggiornare, il Meccanismo europeo di stabilità (o Mes, anche detto Fondo salva-Stati), un dispositivo finanziario che assomiglia molto agli ipotetici prestiti di emergenza alle imprese di cui parlavamo sopra.

Se gli interventi del Mes a favore di Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro si sono conclusi felicemente, con il superamento delle rispettive emergenze e una rapida restituzione del prestito, probabilmente l’intento di chi ha pensato e gestito il meccanismo non era proprio l’impoverimento o l’asservimento di chi vi avesse fatto ricorso. Ce lo conferma il fatto che l’Irlanda può oggi vantare un Prodotto interno lordo pro capite pari a quasi tre volte quello italiano, e così il fatto che nell’attuale governo dell’Unione europea la Spagna non è in un angolino ad obbedire, ma le è stata data una posizione di rilievo affidando a Josep Borrell il ruolo di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Più complessa e drammatica è invece la storia degli interventi di salvataggio della Grecia, cosa che ha contribuito a diffondere l’opinione che il Mes serva ai Paesi più forti a schiacciare i più deboli. In quel caso inizialmente ad intervenire fu il Fesf, il meccanismo precedente al Mes, il quale ultimo fu creato proprio per non ritrovarsi impreparati (con i conseguenti errori) di fronte al dilemma “salvare un Paese con i conti pubblici allo sfacelo o lasciare che si dichiari insolvente?”; successivamente intervenne due volte il Mes e, se è vero che oggi l’economia ellenica è in ripresa e gode della fiducia dei mercati finanziari, i suoi cittadini hanno vissuto un decennio molto pesante. La Storia non permette di sapere quanto pesanti sarebbero state le conseguenze del tracollo finanziario che si sarebbe verificato in Grecia senza quegli interventi.

Ma torniamo all’Italia, che, non dimentichiamolo, è uno dei Paesi fondatori del Mes, alla cui  costruzione hanno contribuito, nelle sue varie fasi, governi italiani di tutti i colori politici. Oggi è sul tappeto l’approvazione di una revisione del meccanismo che ne rafforza il ruolo di co-assicurazione, non solo per quanto riguarda la finanza pubblica, ma anche il sistema bancario. L’attuale premier, appoggiata in questo dal grosso della sua maggioranza e da parte dell’opposizione, non vuole approvare, mettendo così l’Italia contro tutto il resto dei Paesi membri. La domanda da farsi, a mio avviso, è questa: quando un Paese ha un livello di indebitamento come il nostro (il rapporto tra il debito pubblico e Prodotto interno lordo è un preoccupante 150 per cento, il più alto in Europa dopo la Grecia), è saggio dichiarare che «l’Italia non ha bisogno del Mes» e quindi niente firma? Penso proprio di no.

Quando sei così indebitato finisci comunque per dipendere dalla fiducia o dal buon cuore di chi ti finanzia. Ma allora – direi – è decisamente preferibile affidarsi ai partner dell’Unione europea, una comunità politica della quale abbiamo la fortuna di essere membri, anziché ai mercati finanziari, che possono abbandonarti da un giorno all’altro al primo segnale di pericolo, ovvero – come qualcuno pensa, o pensava – mettersi nelle mani di qualche grande padrino come gli Usa, la Cina o la Russia. E non serve dichiarare orgogliosamente che nessuno, dopo averci tenuti a galla, deve permettersi di chiederci quanto e come stiamo spendendo: nessun grande finanziatore sborsa soldi senza precisi impegni da parte del debitore. Tra l’altro il rispetto di comuni regole di sostenibilità del bilancio pubblico è una condizione necessaria della creazione di una moneta comune a più Stati.

Penso che sia ora di distaccarsi da posizioni preconcette di diffidenza e di ostilità e riconoscere che per il futuro dell’Italia il Mes, con le sue imperfezioni, non è una trappola, ma una gomena, una fune lanciata dal ponte dell’Unione a cui è prezioso potersi attaccare nel caso la tempesta rischiasse di mandarci alla deriva.

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