L’Italia in 3D

Storie quotidiane di ordinario eroismo. Viaggio alla scoperta del Belpaese che mette in rete il bene.
Max
P3. Ladri di polli. Inchieste senza intercettazioni. Politici e giudici corrotti a vicenda. Malaffare. Evasori legalizzati. Crisi economica. Questione morale. Due milioni e mezzo di persone che vivono sotto la soglia della povertà. «Nun te reggae più» verrebbe da dire, con le note di una famosa canzone di Rino Gaetano. L’Italia va a rotoli tutti i giorni nella visuale parziale di certa informazione (anche se, purtroppo, tanto di vero c’è!) e il Paese sembra marcio di intrighi e veleni, con i piedi di argilla e in procinto di collassare. Non solo per il caldo. È raro vedersi accendere qualche barlume di speranza.

 

Eppure c’è un’Italia in 3D, a tre dimensioni, sommersa, che ha la forza, nonostante tutto, di andare avanti. È la maggioranza della popolazione, quella che non fa rumore ma che lavora e agisce per il bene comune. Vi proponiamo tre storie d’Italia tra le mille possibili, tre storie che narrano il tessuto civile di un Paese che nella quotidianità “regge” ancora. Un imprenditore del Sud che non paga il pizzo, una famiglia del Nord che da 20 anni vive con un figlio uscito dal coma, una ricercatrice del Centro che lotta per i propri diritti e deve restare nell’anonimato per non subire ritorsioni: non dalla mafia, ma dal mondo accademico. Raccontiamo tre storie emblematiche che danno energia alla speranza, alla voglia di cambiare, per gettare il cuore oltre l’ostacolo. Affinché l’Italia tutta riparta con l’Italia in 3D che già c’è.

 

Nord

Il «sì» di Max

 

«Ja», in tedesco, invece di «sì», in italiano. Sono le uniche parole che escono dalle labbra di Max Tresoldi, 39 anni, di Carugate, nell’hinterland di Milano. A luglio si riposa a Vieste sul Gargano, in Puglia, con una nuova carrozzina anfibia che gli permette di fare il bagno restandoci seduto dentro. È simpatico Max, una buona forchetta, adora le ricette pugliesi di mamma Lucrezia a base di carciofi e melenzane. Supertifoso della Roma, socievole, desideroso di amicizie, si irrigidisce quando ricordiamo l’incidente. Si intrecciano i nodi dei ricordi sui volti di papà Ernesto, bruciato dal sole, e mamma Lucrezia dagli intensi occhi neri, mentre si cullano sul dondolo fiorato della casa affittata per le vacanze al mare.

 

Le cicale accompagnano con la loro colonna sonora la nostra conversazione, il vento caldo d’estate sfiora i loro volti e ci riporta a quel 15 agosto del 1991, alle 7 del mattino. Max ha vent’anni e, anche per fare una sorpresa ai genitori, torna a Carugate da Vieste, dopo aver lasciato i suoi amici a Rimini. È solo in macchina. Una Porsche lo investe e la polizia lo ritrova disteso a terra, in un campo di granoturco, oltre la lingua d’asfalto dell’autostrada, senza una ferita, solo un piccolo taglio ad un dito della mano. La situazione è gravissima, ha sbattuto la testa e presenta danni irreversibili al tronco cervicale e un’emorragia interna.

Operato d’urgenza, gli asportano la milza, versa in coma profondo, ma non ha speranza di vita neanche con l’apparecchio che per 72 ore gli consente ancora di respirare. Non è, però, l’ultimo respiro. Max segue il racconto dei genitori e fa il segno delle corna quando riascolta per l’ennesima volta che secondo i medici aveva le ore contate. Sopravvive, ma è come fosse un cadavere di soli 43 chili. Resta oltre un mese in coma profondo. Poi, lo stato vegetativo, e Max rimane «come chiuso in un guscio – ci racconta Lucrezia –, un pulcino dentro l’uovo, che non interagisce con l’esterno».

Seguono otto mesi in due ospedali, il ritorno a casa e otto anni interminabili prima del suo primo sorriso dopo l’incidente. È il segno del ritorno alla vita, alla relazione. Max sorride ai suoi amici che lo fanno ridere con le loro vicende divertenti.

La svolta decisiva nel Natale del 2000, un vero giubileo. Lucrezia assiste Max tutto il giorno e, come ogni sera, lo corica a letto, gli rimbocca le lenzuola e sbotta: «Stasera sono distrutta, non voglio né pregare, né farti il segno della croce, se proprio vuoi, fattelo tu!». Lucrezia, una donna straordinaria, forte, tenace, volitiva, è in crisi, stanca di lotte quotidiane con i medici, il Comune, l’Asl condotte solo per ottenere ciò che gli spettava. È una donna che non si arrende, ma ora non ce la fa più. E, proprio in quei momenti, Max compie il suo primo gesto volontario dopo nove anni. Si fa da solo, con grande fatica, il segno della croce. Lucrezia si avvicina e Max l’abbraccia. «Sono rimasta senza parole – ricorda Lucrezia –, non riuscivo neanche a chiamare mio marito, tanto ero sconcertata. Ci crederà qualcuno?». «Era il segno – aggiunge il papà Ernesto – che lui c’era». Ed era tornato dopo anni di silenzi, di lotta per ottenere ogni cosa.

 

In pochi giorni, dopo l’incidente, i Tresoldi danno fondo a tutte le risorse economiche per visite specialistiche, medicine, fisioterapia. Ernesto, il papà, grafico ora in pensione, rasenta l’idea del suicidio. «Tu torni a casa – ci dice – con tuo figlio in queste condizioni e sei solo, non sai cosa fare, dove trovare le energie e le risorse per andare avanti». La loro casa, però, si trasforma in palestra attrezzata e si riempie di amici, di volontari che garantiscono la prima fisioterapia, e trattano Max come una persona, lo portano a passeggio, gli parlano e scherzano come nulla fosse successo. In Italia sono circa 3 mila le persone come Max che vanno avanti grazie all’amore sconfinato dei loro genitori, fratelli, amici e parenti. Mamme di tutta Italia chiamano Lucrezia per avere consigli e lei risponde: «Mio figlio non è un malato, non è un poverino, è una persona e va trattato come tutti noi».

 

Prima di salutarlo, Max si tuffa nel mare di Vieste dalla nuova carrozzina, pagata in parte anche da loro, e ci congeda con un biglietto scritto di suo pugno: «Voglio testimoniare perché la gente sappia che la vita va vissuta in ogni condizione». E la sua sembra felice. Felice di vivere e di alzarsi da solo dalla sua carrozzina.

Aurelio Molè

 

Centro

Ricercatori, non solo protesta

 

Lavora nell’università da vent’anni, dopo diciotto di precariato. Quando finalmente è arrivato il contratto da ricercatore, si è trovata a condividere due stanze con altri 39 come lei in dipartimento. Non ci sono nemmeno sedie e scrivanie per tutti, figuriamoci i computer: bisogna lavorare da casa a proprie spese. Ma se vuole far sentire la sua voce, non può: non avendo ancora completato i tre anni di prova, non è legittimata a parlare a suo nome di questioni inerenti l’università.

Per tanti dei 25 mila ricercatori italiani, è solo l’unione che può fare la forza: così sono nati spontaneamente una serie di coordinamenti, tra cui la Rete 29 aprile di cui la nostra amica fa parte.

 

«La goccia che ha fatto traboccare il vaso – racconta – è stato il ddl Gelmini». Provvedimento indigesto per metodi e contenuti: oltre a confermare i tagli, il ddl riorganizza gli atenei sopprimendo diversi organi di partecipazione, e apre le porte dei Consigli di amministrazione ai privati. Rimane poi l’istituzione dei contratti di ricerca a tempo determinato di tre anni, rinnovabili una volta, al termine dei quali i ricercatori vengono messi in graduatoria per essere assunti come docenti oppure liberano l’ufficio (se c’è). Peccato che non sia previsto per chi già ha intrapreso la carriera un sistema per entrare in queste graduatorie.

Alla mancanza di prospettive, si aggiunge il taglio degli stipendi con l’ultima finanziaria: secondo i calcoli de Il Sole 24 ore, un ricercatore vedrà la sua busta paga alleggerita del 32,7 per cento su 1200 euro mensili. Oltre al danno, la beffa: un docente all’apice della carriera dovrà rinunciare al 7 per cento, in quanto il complicato sistema di tagli finisce per renderli inversamente proporzionali all’anzianità.

 

La concomitanza di questi fattori ha fatto il miracolo: per la prima volta l’intero mondo universitario si è unito. Quasi due terzi dei ricercatori, che tengono gratuitamente il 42 per cento dei corsi, si sono dichiarati indisponibili alla didattica per il prossimo autunno. Duemila professori hanno manifestato solidarietà rifiutandosi di prendere il loro posto. A Torino, ad esempio, rischiano di saltare dai 500 ai 700 corsi: diversi Consigli di facoltà sono impossibilitati a definire l’offerta formativa, il che potrebbe comportare il blocco delle iscrizioni.

Le reti, però, non si limitano a protestare: sono una fucina di idee e controproposte. L’ultima è quella di una “tassa addizionale di emergenza” sugli stipendi di tutti, con un’aliquota unica, che consenta risparmi pari a quelli previsti dai provvedimenti anticrisi. Un “patto di fiducia” tra Stato e dipendenti pubblici – ai quali la proposta è allargata –, da ritirare una volta rientrata l’emergenza. Ma le idee si estendono alla riconfigurazione della figura del ricercatore, dei sistemi di valutazione della ricerca e ottimizzazione della distribuzione dei fondi. «La cosa interessante – puntualizza la nostra amica – è che non si sa nemmeno più che idea è nata da chi. I vari coordinamenti riuniscono tutti, destra e sinistra, Nord e Sud».

 

Ma se la situazione è così critica, perché non andare all’estero? «La qualità dell’università italiana è ancora buona. Ma, dico spesso ai miei studenti, i loro fratelli minori potrebbero non essere altrettanto fortunati. Abbiamo potenzialità ottime, un patrimonio culturale ricchissimo, e lo stiamo demolendo». Nonostante tutto, la ricercatrice è ottimista: «L’università ha intrapreso un percorso virtuoso di riforma che va portato avanti. Ed è quello che stiamo cercando di fare».

Chiara Andreola

 

Sud

L’ imprenditore “matto”

 

Entri nella sua azienda e i colori ti assalgono: più di trecento rotoli di tessuto dal giallo all’arancio, con righe e a fiori, giacciono in attesa di clienti da ammaliare. Intanto gli operai con celerità e competenza ne misurano alcuni, ne tagliano altri e preparano le strutture metalliche che trasformeranno queste stoffe in tende da sole. L’occhio attento di Aldo Schilirò vigila sull’intero processo e intanto accoglie nuovi acquirenti.

Per la Stiltenda, l’azienda che lui ha fondato insieme ai fratelli, l’estate è il periodo di lavoro più intenso, ma la crisi si fa sentire. «Gli ordini sono un po’ diminuiti – racconta –. Abbiamo assunto meno stagionali e quindi abbiamo sostenuto meno famiglie». Il pensiero di Aldo va sempre agli operai e alla disoccupazione crescente a Catania, come nel resto della Sicilia. Proprio per assicurare un futuro ai fratelli, Aldo 22 anni fa ha lasciato la professione di infermiere per diventare imprenditore.

La sua azienda di tende da sole occupa stabilmente dieci operai e da due anni ha una filiale nella zona industriale della città.

 

Un’impresa in crescita che attira l’attenzione della malavita. Dapprima le telefonate minacciose, poi prospettive di crescita attraverso il riciclaggio, infine il no deciso di Aldo. «Ero preoccupatissimo per la mia famiglia e non ho vissuto notti facili. Ma come potevo cedere al pizzo, all’illegalità, gettando alle spalle la coerenza e i miei valori cristiani?».

La strada della legalità non offre percorsi in discesa ed è il cardine su cui si giocano tante volte i profitti di alcuni concorrenti. «Ho rifiutato delle commesse poco limpide e sul lavoro si è creata qualche tensione. Mi hanno giudicato matto». Poi sono arrivati ordini inaspettati e guadagni superiori alle attese, come se un socio nascosto intervenisse. «Chi mi ha giudicato folle si è dovuto ricredere», conclude Aldo.

 

Una follia è stata la scelta di assumere ex detenuti e sorvegliati speciali: volti spesso noti nella zona che hanno allontanato qualche cliente. «È una possibilità di riscatto, dopo vent’anni di totale isolamento dalla società – spiega –. Possono apprendere un lavoro e non tornare a delinquere e mi spiace che non si capisca il valore sociale di un’azienda». Aldo da qualche tempo si è avvicinato all’Economia di Comunione, un progetto che, oltre ad una distribuzione solidale degli utili, implica all’interno dell’impresa nuove modalità di gestione anche tra le diverse figure che vi operano. Tutto semplice se uno ha idee e valori chiari? «Per niente – ribadisce Aldo –. Quante volte mi sono chiesto chi me l’ha fatto fare. Sono questi i momenti in cui mi fermo e metto a fuoco i perché delle mie scelte e alla fine ricomincio con sempre più convinzione. Troppe persone ci stanno provando con me e come me».

 

E poi ci sono sempre i suoi operai. Quante volte ha anticipato uno stipendio a chi non riusciva a fronteggiare le spese per i libri scolastici dei figli o ha dato un prestito poi restituito amichevolmente e senza interessi o si è condivisa una malattia, la ricerca di un medico e di una cura efficace. Una dinamica interna che ha riflessi all’esterno. Anche Aldo non riusciva a saldare con un fornitore. Eppure proprio il creditore gli ha proposto una soluzione dilazionata nel tempo: «Mi fido, anche se la conosco poco».

«Necessita convertirsi ad una concorrenza trasparente e alla legalità – è il sogno, senza proclami di Aldo –. Spesso l’interesse economico ti fa essere sleale, ti fa sminuire il collega, invece che valorizzarlo, quando invece le competenze possono essere diverse. In questi anni ho visto che tutto passa, e solo il bene resta». Un bene che sa fare rete perché Aldo oggi guida un consorzio di aziende che sta cercando di ricostruire una filiera artigianale che promuova la categoria, soddisfi i clienti e, perché no, «specializzi nuovi operai», il suo chiodo fisso.

Maddalena Maltese

 

LA PAROLA AI LETTORI

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