L’Italia al bivio europeo

L’uscita di scena del ministro degli Esteri Ruggiero rappresenta un passaggio decisivo nella vicenda politica dell’Italia degli ultimi anni. Emerge, in alcune valutazioni, la sensazione di una perdita di rotta, della mancanza di una meta o, nelle analisi più critiche, di un cambiamento radicale della direzione di marcia. Ma di questo evento – al di là dell’indubbia perdita di autorevolezza internazionale nella gestione della politica estera del governo – si può anche dare, in una prospettiva di più lungo respiro, un’interpretazione costruttiva. Sia chiaro: le motivazioni della reazione non tanto euro-scettica, quanto anti-europea di alcune componenti del governo Berlusconi (la Lega, in particolare) non sono tutte particolarmente commendevoli. Ed è del tutto singolare che siano emerse in modo così dirompente proprio quando in Europa i cittadini hanno fatto festa all’euro, al di là di ogni ragionevole aspettativa. Tuttavia, il “merito” della vicenda di Ruggiero è stato proprio quello di far emergere che l’Europa non è più politica estera, ma – nel bene e nel male – tocca il cuore stesso della politica, dell’economia, della giustizia. Volendo leggere nelle cose un po’ più in profondità, l’atteggiamento del governo in questo momento si può descrivere come la sensazione di chi si accorge di non poter più distinguere dove finisce l’Italia e dove comincia l’Europa. Si potrebbe dire che la politica italiana comincia a prendere sul serio l’Europa, anche se in modo confusamente critico. E si fa strada, in qualche modo, l’illusione di chi pensa di poter difendere meglio l’identità chiudendo le porte, stabilendo confini, mettendo limiti. Si tratta di un “brivido”, di una tentazione che percorre tutta l’Europa, dalla Grecia all’Irlanda, dalla Germania alla Francia, dal Portogallo alla Finlandia. La logica del mondo contemporaneo, pur cercata a tentoni, è la ricerca di una dimensione politica fondata sulla distinzione nell’unità, o meglio, di una unità che non annulli la distinzione. È l’aspirazione ad un difficile e precario equilibrio tra la difesa dell’identità e l’orizzonte, ricco ed ampio, di una apertura reciproca tra i popoli, i governi, le economie, le culture. La preoccupazione vera dell’Europa nei confronti degli atteggiamenti utilitaristici o di diffidenza pregiudiziale è proprio quella dell’interruzione di una circolazione sanguigna che dà vita a tutto l’organismo. L’identità si perde proprio quando ci si arrocca a difenderla, perché snatura sé stessa, diventa una caricatura, o peggio, un ramo secco che rischia di non portare più frutto. L’identità è viva se si condivide, altrimenti si rattrappisce e diviene inerte come una natura morta. Ecco un campo in cui le esperienze di unità in campo politico – come quella del Movimento dell’unità – possono dare non tanto delle risposte, ma indicare un metodo, la via per appagare quest’ansia di identità che si diffonde in Europa e nel mondo – come reazione a una globalizzazione degli egoismi economici, del consumismo e della ragione utilitaristica.

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