L’ironia e la meraviglia attenta

È scomparsa ad ottantotto anni la poetessa Wislawa Szymborska premio Nobel per la letteratura nel 1996
Szymborska
L’aveva capito Josif Aleksandrovič Brodskij: la migliore poesia del Novecento arriva dalla Polonia (non solo, evidentemente). Pensiamo a Czesław Miłosz, a Wisława Szymborska, premi Nobel per la Letteratura, rispettivamente nel 1980 e nel 1996 (come Brodskij nel 1987), ma anche a Zbigniew Herbert, a Jan Twardowski. Arriva e se ne va con la Szymborska, che si spegne a Cracovia all’età di ottantotto anni. Se ne va e resta con le sue opere tradotte e curate da Pietro Marchesani, illustre polonista, scomparso – anche lui – alcuni mesi fa.

 

L’aveva capito Vanni Scheiwiller, illuminato editore, pubblicando la prima raccolta della Szymborska in italiano nel 1993, La Fiera dei Miracoli (fuori commercio), e successivamente Gente sul ponte, nel 1996, pochi mesi prima che la poetessa ricevesse il Nobel. Scrittori, traduttori, editori «aprono una strada sulla neve vergine», diceva Varlam Šalamov, mentre i lettori possono usare “trattori e cavalli”. Così, il lettore italiano può percorrere i versi della Szymborska, soffermandosi sulla complessità della vita umana, poeticamente declinata con ironia, esattezza e semplicità. Come nella famosa poesia Scrivere il curriculum: “A prescindere da quanto si è vissuto/ è bene che il curriculum sia breve./ È d’obbligo concisione e selezione dei fatti. /Cambiare paesaggi in indirizzi/ e malcerti ricordi in date fisse./ Di tutti gli amori basta quello coniugale, / e dei bambini solo quelli nati. / Conta di più chi ti conosce/ di chi conosci tu./ I viaggi solo se all’estero./ L’appartenenza a un che, ma senza perché./ Onorificenze senza motivazione./ Scrivi come se non parlassi mai con te stesso/ e ti evitassi.”

 

Ma più che l’ironia, con cui la Szymborska sottraeva peso al pathos, è lo stupore la sua principale cifra poetica, stupore che disarma e illumina lo sguardo sulle quotidiane meraviglie umane; una poesia tra tante, la bellissima Amore a prima vista: “Li stupirebbe molto sapere/ che già da parecchio/ il caso stava giocando con loro./ Non ancora del tutto pronto/ a mutarsi per loro in destino,/ li avvicinava, li allontanava,/ gli tagliava la strada/ e soffocando un risolino/ si scansava con un salto./ Vi furono segni, segnali,/ che importa se indecifrabili./ Forse tre anni fa/ o il martedì scorso/ una fogliolina volò via/ da una spalla all’altra?/ Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.”

È lecito chiedersi – con fiduciose aspettative –  cosa fiorirà da un terreno così fecondo, nel nuovo secolo poetico polacco.

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