L’ironia del benessere

C’è qualcosa di inaspettatamente contemporaneo ne Il benessere che il regista-drammaturgo Franco Brusati scrisse quarantaquattro anni fa. C’è lo smarrimento dei valori, ieri come oggi, mascherato da dialoghi brillanti all’insegna del motto:Niente segreti, niente sofferenza, riferito al tradimento accettato da entrambi i coniugi come normalità del menage famigliare. Tra perfidia e cinismo vige l’indifferenza verso tutti e tutto salvo che per il proprio piacere: l’egoismo edonistico tipico della crisi di una classe che ha smarrito la propria identità. L’occhio impietosamente indagatore di Brusati si fissa, ancora una volta inesorabile, sui vizi e le scarse virtù di una certa borghesia negli anni del miracolo economico. La moralità di questo scrittore, alta e inquieta, si sofferma sul nucleo portante della società: la famiglia,luogo dell’anima privilegiato anche dal suo cinema migliore. Il benessere del titolo è riferito solamente a una condizione sociale perché, in realtà ad essere rappresentato è un vuoto esistenziale che man mano si manifesta nei due protagonisti – Flora e Giacomino, gestori di un atelier di moda – come solitudine e disperazione, aprendo, nell’imprevedibile finale, squarci di sincero amore fra la coppia. In un perfetto equilibrio di descrizione e metafora, resi con raffinata ironia, il regista Mauro Avogadro dirige magnificamente una squadra d’interpreti, fra cui una formidabile Elisabetta Pozzi di inusuale sfrontatezza ironica, e un’altrettanta graffiante Anita Bartolucci, l’amica Emma. Inoltre Luca Lazzareschi e la segretaria Francesca Bracchino.

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